10/26/14

MISSIONARIETA’

lampada_iconaLAMPADA PER I MIEI PASSI E’ LA TUA PAROLA

26 Ottobre 2014

Oggi celebriamo la Giornata missionaria. Come dire: o la chiesa sente muoversi dentro questo slancio oppure non risponde al mondato che semplicemente la qualifica. Papa Francesco parlando della missione, ama usare l’immagine di una chiesa in uscita (Evangelii gaudium, 20).

Quando ero ragazzo la missione della chiesa coincideva sostanzialmente con l’entusiasmo evangelico di tanti giovani che si sentivano chiamati ad andare in terre lontane ad annunciare il Vangelo di Gesù. In questo modo uscivano dalle nostre comunità e là dove erano mandati come religiosi e religiose, trascorrevano lunghi tratti della loro vita, mettendo in atto pazientemente e con coraggio una sorta di “implantatio ecclesiae”. Con generosità e dedizione, giungevano a costruire grandiose opere di carità: scuole, pozzi, ospedali, chiese. Quando poi tornavano dalle loro missioni nelle parrocchie, raccontavano volentieri le loro avventure, ricreando negli ascoltatori più disponibili un sincero desiderio di imitazione Così nascevano altre vocazione e questo tipo di missionarietà universale, distesa geograficamente sino a raggiungere i confini del mondo, si perpetuava nella chiesa. Si ingenerava in noi però anche l’idea di una chiesa a due velocità: quella occidentale, custode della tradizione; e quella del Sud del mondo, un po’ “dell’altro mondo”, tanto giovane ed incerta, ma fondamentalmente considerata debole e precaria. Da alcuni decenni non è più così. C’è un fenomeno di interscambio da riconoscere oramai. Così tanti sacerdoti e religiose sono usciti dalle loro chiese del Sud del mondo e hanno cominciato a circolare e ad abitare nelle nostra comunità, venendo incontro spesso alla mancanza di sacerdoti e religiose nelle nostre comunità invecchiate e stanche. Siamo così passati dalla Missio ad gentes a quella che già il Concilio chiamava Cooperazione tra le chiese.

Questo uscire di una chiesa verso l’altra cosa potrebbe significare per noi, oggi? Anzitutto ci insegna che andare verso l’altro non comporta solamente un portagli qualcosa, ma anche che l’altro abbia sempre qualcosa da dare a me. Perché anche l’altro esce verso di me. Si va verso l’altro esercitandosi nell’accoglienza, nell’ascolto, nella capacità di prendersi cura dell’altro a partire da come è e non da come dovrebbe essere. Si stabilisce così una buona relazione, cioè quel tipo di legame semplice che Gesù stesso ci ha insegnato, comportando si così con noi.

La prima lettura di questa liturgia ci ha ricordato lo stile missionario di Gesù di Nazareth che passò beneficando e risanando tutti… Ritengo che la prima lezione di missionarietà sia proprio questa: accettare che l’altro sia altro da me. Un altro che è così diverso da me da stare altrove e non solo in senso geografico, ma poiché abita un’altra cultura, religione, organizzazione sociale e politica…In questo senso non si tratta neppure di costruire chissà quali strutture, chiese ed istituzioni, ma saper fare spazio all’altro. Siamo ancora agli inizi di questo tipo di missionarietà.

L’altro aspetto viene di conseguenza. Una chiesa che ha il coraggio di fare così, finisce per essere ancora più se stessa perché farebbe spazio a Gesù, rimettendolo al centro. Tutta preoccupata di difendersi, la Chiesa contemporanea è diventata come il gruppo degli apostoli dopo la Passione: chiusi dentro nel Cenacolo bloccati dalla paura. Erano più preoccupati di conservare la memoria di Gesù che non sentirlo e annunciarlo come l’unica buona notizia, come evangelo. Uscire per mettere Gesù al centro significa recuperare nelle nostre comunità quella centralità che fa trasparire Gesù in tutto ciò che facciamo e in ciò che diciamo. In questo modo non sarà difficile andare verso le “periferie del mondo” come afferma il papa: “Tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalle proprie comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (Evangelii gaudium 20).

Don Massimo

separatore