10/19/14

DEDICAZIONE DEL DUOMO

lampada_iconaLAMPADA PER I MIEI PASSI E’ LA TUA PAROLA

19 Ottobre 2014

Il primo incontro di catechesi in autunno lo avvio sempre in chiesa. Alcune decine di bambini mi guardano, sorridenti e chiacchierini. Chiedo loro se sanno dove si trovano. Mi rispondono in coro: “In chiesaaa!”. “Ma cos’è la Chiesa?” chiedo ancora. Subito uno risponde: “la casa dove si prega”. Gesù oggi ci dice la stessa cosa, citando Isaia: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri”. La grandezza della Chiesa sta qui: nell’essere una realtà nella quale si può ancora percepire la presenza di Dio. Quando la gente reclama dagli uomini di chiesa una maggior coerenza, forse ci stanno chiedendo con nostalgia questo. Nella storia abbiamo riaffermato per anni il primato della Parola, ci siamo divisi nell’interpretare la presenza eucaristica…ecc. è forse venuto il momento di riprendere l’atto penitenziale che sta all’inizio delle nostre celebrazioni. Impariamo dal pubblicano e smettiamola con la presunzione del fariseo.

Ci fa pertanto male sentir parlare Gesù in questo modo. Ma è così: laddove viene meno lo Spirito di Dio, si insinua inesorabilmente la mondanità. Non si tratta di fare i profeti di sventura né di cedere al facile autolesionismo, ma ammettere che anche le nostre comunità possono essere attraversate dallo spirito del maligno. Dio non è un prodotto commerciale da piazzare sul mercato. Dio è amore, gratuità pura, gratuità infinita. Questo deve trasparire dal nostro modo di essere comunità cristiana. Altrimenti corriamo il rischio reale di aggrapparci sui vetri, pur di difendere il nostro operato. Una mistica francese, Madeleine Delbrêl, morta cinquant’anni fa (13 ottobre 1964) parlava così alle sue compagne: “Per il fatto di essere nella chiesa, siamo gente pressata in lei, pressata come lei. Come lei, a causa del mondo, noi siamo in stato di urgenza. Tutto ciò che facesse di noi dei pensatori, degli amanti della introspezione, dei problematizza tori cronici, ci distoglierebbe da questa urgenza ed è ciò che temo per noi. Al contrario, camminando si può pensare, raccogliersi, riflettere”.

Forse non a tutti piacciono le immagini che papa Francesco usa per descrivere la realtà della chiesa. Dopo quella dell’ospedale da campo, l’abbiamo anche sentito parlare di una chiesa “in uscita”, ivitata a splancare le sue porte. Uscendo dalle sacrestie, per portare la gioia del Vangelo a tutti, e, in modo particolare, ai poveri. Anche Gesù, dopo aver scacciato i mercanti dal tempio fa un gesto che spiazza tutti: “gli si avvicinarono ciechi e storpi, ed egli li guari”. Non si mette a pregare per sé. Si lascia subito avvicinare da gente ferita ed emarginata. Una Chiesa in uscita è una chiesa con le porte aperte: “Usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. (…) Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e di procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita” (26 novembre 2013).

Don Massimo

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