ATTESA E COMPIMENTO

thCA6SZAW7IV Domenica d’Avvento.

7 Dicembre 2014

Come la pioggia e la neve.

Il beato card. Newman definisce il cristiano come “colui che attende il Signore”. Appena però si avvicina il Natale, ogni anno cadiamo nello stesso errore. Il tema dell’attesa, decade subito e diamo spazio – quando va bene – al tema della memoria. Peggio: si attiva la “commemorazione” della nascita di Gesù, avvenuta duemila anni fa, di un Dio già venuto, che non va più atteso e neppure invocato.

Accendendo il quarto cero della corona d’Avvento chiediamo la grazia di reagire a questo andazzo. L’Avvento non è il Natale. L’attesa non è la memoria. Attendere Dio non è ricordare la sua nascita a Natale. Dio che in Gesù di Nazareth ha abitato in mezzo a noi, sarà sempre l’atteso sino alla fine dei tempi. Anche i primi cristiani hanno rischiato di cadere in questo tranello, immaginando che Cristo sarebbe tornato da un momento all’altro. Cantavano: “Marànatha! Vieni Signore Gesù”. L’attesa continua di Dio qualifica la nostra umanità. Perché l’amore è insieme attesa e compimento. La perdita marcata in Occidente delle radici cristiane del Natale è il segno triste del venire meno di un’attesa profonda nei confronti di Dio. Lo scrittore Ignazio Silone affermò: “Mi sono stancato di cristiani che aspettano la venuta del loro Signore con la stessa indifferenza con cui si aspetta l’arrivo dell’autobus”.

Impariamo dunque da Dio come si attende, in cosa consiste saper aspettare, rispettando i tempi dell’altro, il partner dell’amore. Lui si è sempre voluto preparare per venirci incontro. Guardiamo anche solo all’inizio del vangelo proposto per questa domenica che narra l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. È il vero regista del suo trionfo. Stupisce nella sua attenzione ai particolari, ai dettagli. Soprattutto meraviglia che Gesù possa aver bisogno perfino di un asinello, per entrare nella città dove è consapevole che si consumerà il compimento della sua esistenza. Se Dio ci viene incontro per riempire le nostre attese, sa che così facendo porta a compimento anche le sue. Ancora: attesa e compimento. Io capisco che Dio vuole aver bisogno di noi. Ciò mi commuove: intuisco che prima della nostra attesa di Lui, sta il desiderio che Lui ha di ciascuno di noi! Ci regala una tenerezza che forse qui non si vede, ma è la stessa che scopriremo commossi sul volto del Bambin Gesù.

Qui è l’incontro. Nel Vangelo di oggi si esprime con l’accoglienza festosa della gente. L’asinello viene rivestito di mantelli, altri vengono stesi sulla strada. Si tagliano rami di ulivo. Si forma un corteo che, cantando, accompagnerà Gesù sin dentro la Città Santa. Qui sorprende il contrasto. Tanto quanto la gente si agita, il Cristo tace. Dio non disdegna il nostro bisogno di festa. Anche il nostro modo di fare il Natale, con tutte le sue riduzione e deformazioni, alla fine può starci. Ma è urgente stabilire un significato fra il suo avanzare verso la Passione nel silenzio e i rumori assordanti delle nostre feste. Dio ci prende così come siamo, è vero. Ma noi dobbiamo impegnarci a fargli un minimo di spazio, lasciando a chi lo vuole vedere, almeno di intravvederlo. È spaventosa questa insensibilità della folla che lo copre. Anche quando entrerà nelle nostre chiese, forse potrebbe ripetere lo stesso gesto misterioso di allora: “…ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, usci con i Dodici verso Betania”. Dalla porta che dà su Betania era entrato e ora verso Betania se ne esce. Là troverà i suoi amici, ma ricordiamo che Betania è …casa dell’afflitto.

Don Massino