DESERTO E GERMOGLI

thCA6SZAW7II domenica d’ Avvento.

23 Novembre 2014

Come la pioggia e la neve.

Nel tempo dell’attesa ambrosiana la liturgia si imbatte volentieri con la figura di Giovanni il Battista, vero e proprio faro che illumina la strada verso il Signore che ci viene incontro. Da qualsiasi angolatura lo guardi, il Battista è scomodo. Grida parole roventi e conduce una vita che rompe gli schemi.

Anche noi dirottati nel deserto. Questo dovremmo lasciarci fare. Lasciarci dirottare. In attesa del Veniente per eccellenza, ci aspetteremmo che l’annuncio uscisse dal Tempio. Invece veniamo catapultati lontano, la dove non c’è niente. Il Battista urla ma a chi? Io capisco questo: se nella nostra vita, se nella nostra Chiesa non abbiamo il coraggio di fare deserto, di recuperare un po’ di silenzio non riusciremo mai ad accorgerci del Signore che viene. Nel deserto, dopo la prova iniziale della solitudine e della desolazione, potrebbe ad un certo punto giungere la grazia di percepire quanto è prezioso il silenzio. A volte è necessario proprio prendere le distanze dai nostri cicalecci, da tanto blaterare. Nel deserto non può non emergere l’annuncio privo di qualsiasi sovrastruttura. Noi siamo fin troppo appesantiti. C’è bisogno di ritornare al silenzio, a sussurrare con amore certe parole, allo stupore di fronte al mistero di Dio che di ancora avanza. Insomma lasciarsi dirottare nel deserto può diventare la condizione perché ancora a Natale possa accadere qualcosa.

Ma dove lo troviamo oggi il deserto? Una volta Gesù disse: “Entra nel segreto della tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto”. Oltre che ad essere un indicazione di metodo, metodo della preghiera, in questo caso diventa anche una segnalazione di sostanza. Ci avverte che se Dio deve nascere, ha bisogno di un grembo. Se deve parlare al mio cuore, ha bisogno di intimità. Non a caso, il profeta l’aveva preannunciato. Osea canta: “…Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e le parlerò sul cuore…” Dio è capace di far fiorire la valle di Acorin, di riconsegnare all’amata nuove vigne. Stando nel deserto, ci accorgeremmo che Dio è capace di far fiorire un germoglio nuovo su un tronco rinsecchito. Il rischio è che due foglioline verdi, cariche di speranza, non stupiranno mai gli occhi annebbiati di chi preferisce il rumore ed il frastuono. Che grande grazia poter percepire che anche nel cuore più provato e più arido, già sta germinando qualcosa di nuovo!

E così, all’inizio del Avvento, abbiamo bisogno di riaccendere nei nostri cuori l’attesa. Lo facciamo durante la liturgia, accendendo di settimana in settimana i ceri della corona posa ai piedi dell’altare. È un piccolo simbolo. Il secondo cero, per esempio, quello di oggi, potrebbe essere accompagnato da questa preghiera. Lascia o Signore che mi lasci dirottare come Giovanni: senza vesti, coperto solo di peli di cammello, con una cintura ai fianchi, senza cibo, solo un po’ di carne di cavalletta e miele selvatico. Chi sono però oggi questo tipo di persone da cui dovremmo lasciarci richiamare? Coloro che sono capaci di riaccendere in noi la speranza dell’attesa, del Veniente? Non certo coloro che stanno nei palazzi, cercando consensi, omologati.

Ancora un atteggiamento, potremmo chiedere per grazia. Scegliere dove stare. Infatti due gruppi di persone vanno dal Battista: c’è la massa della gente che, pentita, accorre per la purificazione; e c’è il codazzo che vanno da Giovanni con la malizia di coglierlo in fallo. È quest’ultimo un gruppo molto variegato, composto da “molti” tipi: sacerdoti, benpensanti, farisei, sadducei… Per loro ha parole pesanti, parole di fuoco: “Razza di vipere”… Almeno noi, facciamo frutti di conversione. L’Avvento è qui a chiederci un po’ di deserto, un po’ di speranza…un po’ di frutti capaci di dimostrare il cambiamento.

Don Massimo.