LE NOSTRE PAURE

thCA6SZAW7 Prima domenica d’ Avvento

16 Novembre 2014.

Come la pioggia e la neve

Inizia oggi l’Avvento e la liturgia comincerà a ripetere con insistenza: svegliati, alzati, non dormire. Tieniti pronto e sobrio: il Signore sta per venire, il Signore viene! E alla fine lo potremo vedere in tutta la sua gloria, come afferma il Vangelo. Ma prima di poterlo vedere alla fine del mondo, prima di adorarlo nelle sembianze di un bambino a Natale, dobbiamo fare i conti con questo Gesù che preannuncia eventi di distruzione e di morte.

Sembra proprio che nell’ultimo scorcio di questo terribile 2014, il vangelo faccia da cassa di risonanza di tutte le nostre paure. Quasi ci viene da esclamare: “Basta, Signore! Adesso ti ci metti anche Tu? Perché ci aumenti l’angoscia avvertendoci che anche il Tempio dovrà cadere? Parlandoci di inganni, di guerre, di terremoti, di carestie, di pestilenze, di lotte fratricide dentro le nostre famiglie non fai altro che terrorizzarci!” In un passo parallelo Luca evangelista dice addirittura che gli uomini moriranno per la paura. Quasi non bastassero tutte le nostre attuali paure! Oggi le paure hanno traslocato. Sono passate dalla fascia cosmica a quella antropologica. “Non si articolano più attorno al cuore della natura: si articolano attorno al cuore dell’uomo. Oggi, cioè, non si ha più paura della carestia provocata dall’avarizia della terra, ma della carestia prodotta dall’avarizia dell’uomo” (Mons. Tonino Bello, Omelia I Dom.d’Avvento del 27/11/1989).

Questo passaggio dalla paura delle cose e degli eventi alla paura per gli uomini merita qualche considerazione. Non abbiamo più paura del buio perché ci siamo illusi di aver illuminato a giorno le nostre notti. Diciamo di non temere più il mistero che si nasconde dentro le cose, ma poi scopriamo che la natura non finisce più di stupirci. Abbiamo così sempre più paura gli uni degli altri, dell’altro diverso da noi. E lo carichiamo di tutti i nostri timori. L’altra mano per noi nasconde sempre un pugnale. Ci assestiamo in rapporti sempre più formali, dove il sorriso cela una profonda tristezza. Del resto, il termine paura ha la stessa radice di pavimento, dal latino pavère, cioè batter il terreno per livellarlo. Così come anche terrore ha la stessa radice della parola terra. La radice delle nostre paure sta dunque nel timore di essere battuto, appiattito, livellato, calpestato, dimenticato, messo da parte, rottamato, da qualcuno. Così sono venute meno le relazioni buone, durature, vitali, capaci di farti vivere ancora, di regalarti un respiro, un po’ di speranza. Abbiamo paura di finire negli ingranaggi di una solitudine che noi ci siamo costruiti intorno, come uno steccato e che chiamiamo privacy, silenzio sui dati sensibili, porte blindate, numeri segreti per riuscire ad entrare nei nostri splendidi appartamenti. E così finiamo per essere imprigionati e soli, magari con una badante mal sopportata, un televisore ed un grosso computer con il quale forse, con l’aiuto di skype riuscirò a vedere mio figlio o mio nipote che sta dall’altra parte del mondo.

Ora, cosa dice il Signore di fronte a tutte queste nostre paure? Resta lì, steso sul pavimento della tua solitudine? Rimani appiattito e atterrato? Così ci dice? No! Se avessimo la pazienza di rileggere il Vangelo di oggi potremmo fare la raccolta di alcuni verbi che insieme compongono il vangelo dell’anti-paura. Dice Gesù: che nessuno vi inganni, non allarmatevi, non preoccupatevi, non credeteci…Gesù, davanti a tale sconvolgimento del mondo, all’incomprensione e al terrore, alla possibilità stessa di una testimonianza che ci potrebbe chiedere anche il dono della vita, non ci regala formule magiche o rimedi illusori. Gesù semplicemente dice di non temere perché lui ha già sconfitto il mondo! L’evangelo dell’anti-paura ci porta a guardare ancora Gesù negli occhi, mentre ci esorta ad alzarci. Alziamoci andando oltre le nostre rassegnazioni, ritroviamo il gusto della speranza, ridando gli spessore e dignità nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie, nella chiesa. Leviamo il capo, imparando a riconoscerlo nei poveri, negli umili, nei sofferenti allargando l’azione della nostra carità. Drizzate e alzate la testa. Vi brilli ancora negli occhi l’attesa del Signore, la fiducia nonostante tutto. E là dove siete, la dove spesso sentite risuonare una parola di lamento, regalate a vostra volta la fiducia. Così questo Avvento 2014 non sarà più certo un contenitore delle nostre paure, ma l’ostensorio delle nostre speranze.