12/8/14

PUREZZA

thCA6SZAW7Immacolata Concezione di Maria

8 Dicembre 2014

Come la pioggia e la neve

Per questa omelia ho conservato un ritaglio di giornale che mi è piaciuto. È tratto dall’Osservatore romano e l’ha scritto mons. Sapienza. Lo trascrivo così com’è:

Nella spiritualità musulmana si legge una parabola suggestiva. Un uomo bussò alla porta del paradiso. “chi sei?” gli fu chiesto dall’interno. “Sono un ebreo”, rispose. La porta rimase chiusa. Bussò ancora e disse: “Sono un cristiano”. Ma la porta rimase ancora chiusa. L’uomo bussò per la terza volta e gli fu chiesto ancora: “Chi sei?”. “Sono un musulmano”. Ma la porta non si aprì. Bussò ancora: “Chi sei?”, gli chiesero. “Sono un’anima pura”, rispose. E la porta si spalancò (Mansur Al-Hallaj). L’insegnamento è chiaro: solo un’anima pura può incontrare Dio. Anche Gesù ricorda nelle Beatitudini; “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Matteo 5,8). E anche la solennità dell’Immacolata ci ricorda questa verità. Maria è stata preservata da ogni macchia di peccato, per essere degna di portare il Figlio di Dio. Ma questa festa ci ricorda anche un nostro dovere. San Paolo nella seconda lettura dice: “anche noi siamo stati scelti per essere santi e immacolati”. Il progetto di Dio è bello. Ma noi l’abbiamo rovinato. In quale considerazione sono tenuti, anche da noi cristiani, valori come la purezza, la castità, l’innocenza? Sui giornali e in televisione, al cinema e nei nostri discorsi, abbondano la volgarità, le oscenità, la spudoratezza. Sarà ancora possibile indicare il modello della Madonna? Sarà ancora possibile far capire, soprattutto ai giovani, che c’è una purezza che non è sinonimo di frigidità, ma di limpidità, di virtù, di bellezza, di donazione? Dati di Eurispes-Telefono azzurro dicono che tanti ragazzi sono trasgressivi, ma i genitori non lo sanno. Mai questi due mondi sono stati così distanti. I genitori dicono che i figli sono bravi ragazzi, ma non immaginano che si ubriacano, fanno uso di droga, e non confessano di sentirsi soli e delusi dalla vita. La festa dell’Immacolata e la parabola citata all’inizio, ci ricordano che la vera appartenenza religiosa non si misura dalle pratiche esteriori, su atti di culto vuoti e abitudinari, ma sull’intima fedeltà, sulla purezza d’animo, sull’amore operoso. “Dio non può essere compreso se non da chi è puro di cuore” (Gandhi). Niente è bello senza la purezza, e la purezza degli uomini si chiama anche onestà, e il praticarla si chiama amore. Giustamente qualcuno ha osservato; “Dovrai restituire l’anima a Dio: come egli te l’ha data pura, così tu rendigliela pura” (Talmud).

Don Massimo

11/30/14

IL BUON PROFUMO

thCA6SZAW7III Domenica d’Avvento

30 Novembre 2014

Come la pioggia e la neve.

Ritorna la figura di Giovanni il Battista. La sua testimonianza è carica di attesa e di speranza. “Celebrare l’Avvento, significa saper attendere, e l’attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato…” (D. Bonhoeffer)

Tutto nel suo comportamento provoca una reazione. Non puoi rimanere inerte. Fascino e timore. Il Battista ti obbliga a pensare, a guardarti dentro. Accendendo questo terzo cero, chiediamoci cosa dobbiamo fare di fronte alla predicazione di Giovanni. Innanzitutto ti trovi anche tu in fila, in coda con i peccatori, aspettando il tuo turno. Non siamo sempre cattivi e insensibili. Il desiderio di cambiamento, di conversione c’è, riaffiora. Sapremo sfruttarlo? Non puoi permettere che la tua vita si riduca soltanto ad una serie di cose da fare, ad un ruolo, all’immagine che ti sei costruita negli anni. La coscienza delle proprie fragilità invita ad un oltre, un altrove. Immagino così la testimonianza di Giovanni nel deserto. Ho nostalgia di voci, nella nostra Chiesa, capaci di risvegliare la voglia ed il coraggio della testimonianza, capaci di indurre al pentimento e alla conversione i nostri cuori orgogliosi.

Però questo non basta. È il Vangelo a dircelo. Senza paura di offendere Giovanni, Gesù dichiara con sicurezza che la sua è una testimonianza superiore. Gesù ha il Padre come testimone! L’ha sperimentata sulla croce. Quando persino i tuoi ti voltano le spalle, impauriti scappano. Quando gli amici ti tradiscono o ti rinnegano. Quando resta solo il Padre a cui chiedere conto: “Perché mi hai abbandonato?” Questa relazione mai venuta meno, dà senso a tutto. Raggiunge livelli vertiginosi di caparbietà. Qualcuno l’ha chiamata “la pretesa cristiana”. Stare davanti a questa testimonianza resa dal Padre al Figlio non è facile, neppure per Lui, suo Figlio.

Allora, quale tipo di testimonianza ci resta. Paolo nella II Corinzi introduce un’espressione che ci permette di intravvedere uno spiraglio. Ci parla del profumo di Cristo. È il profumo della sua conoscenza. Ma è anche il profumo che siamo noi stessi. Difatti “un’essenza odorosa, nascosta in qualche luogo, si rivela per il suo profumo, ma la sua natura resta sconosciuta, finchè non la si veda. Così è per Dio, del quale intuiamo l’esistenza, ma non conosciamo la natura. Anche noi siamo, per così dire, un incensiere regale e, dovunque andiamo, spandiamo un profumo di cielo, un odore spirituale” (S. Giovanni Crisostomo).

Questa è la natura della testimonianza che ci è chiesta: continuare a diffondere attorno a noi il buon profumo di Cristo, prodotto dal pane spezzato e dal suo sangue versato.

Don Massimo

11/23/14

DESERTO E GERMOGLI

thCA6SZAW7II domenica d’ Avvento.

23 Novembre 2014

Come la pioggia e la neve.

Nel tempo dell’attesa ambrosiana la liturgia si imbatte volentieri con la figura di Giovanni il Battista, vero e proprio faro che illumina la strada verso il Signore che ci viene incontro. Da qualsiasi angolatura lo guardi, il Battista è scomodo. Grida parole roventi e conduce una vita che rompe gli schemi.

Anche noi dirottati nel deserto. Questo dovremmo lasciarci fare. Lasciarci dirottare. In attesa del Veniente per eccellenza, ci aspetteremmo che l’annuncio uscisse dal Tempio. Invece veniamo catapultati lontano, la dove non c’è niente. Il Battista urla ma a chi? Io capisco questo: se nella nostra vita, se nella nostra Chiesa non abbiamo il coraggio di fare deserto, di recuperare un po’ di silenzio non riusciremo mai ad accorgerci del Signore che viene. Nel deserto, dopo la prova iniziale della solitudine e della desolazione, potrebbe ad un certo punto giungere la grazia di percepire quanto è prezioso il silenzio. A volte è necessario proprio prendere le distanze dai nostri cicalecci, da tanto blaterare. Nel deserto non può non emergere l’annuncio privo di qualsiasi sovrastruttura. Noi siamo fin troppo appesantiti. C’è bisogno di ritornare al silenzio, a sussurrare con amore certe parole, allo stupore di fronte al mistero di Dio che di ancora avanza. Insomma lasciarsi dirottare nel deserto può diventare la condizione perché ancora a Natale possa accadere qualcosa.

Ma dove lo troviamo oggi il deserto? Una volta Gesù disse: “Entra nel segreto della tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto”. Oltre che ad essere un indicazione di metodo, metodo della preghiera, in questo caso diventa anche una segnalazione di sostanza. Ci avverte che se Dio deve nascere, ha bisogno di un grembo. Se deve parlare al mio cuore, ha bisogno di intimità. Non a caso, il profeta l’aveva preannunciato. Osea canta: “…Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e le parlerò sul cuore…” Dio è capace di far fiorire la valle di Acorin, di riconsegnare all’amata nuove vigne. Stando nel deserto, ci accorgeremmo che Dio è capace di far fiorire un germoglio nuovo su un tronco rinsecchito. Il rischio è che due foglioline verdi, cariche di speranza, non stupiranno mai gli occhi annebbiati di chi preferisce il rumore ed il frastuono. Che grande grazia poter percepire che anche nel cuore più provato e più arido, già sta germinando qualcosa di nuovo!

E così, all’inizio del Avvento, abbiamo bisogno di riaccendere nei nostri cuori l’attesa. Lo facciamo durante la liturgia, accendendo di settimana in settimana i ceri della corona posa ai piedi dell’altare. È un piccolo simbolo. Il secondo cero, per esempio, quello di oggi, potrebbe essere accompagnato da questa preghiera. Lascia o Signore che mi lasci dirottare come Giovanni: senza vesti, coperto solo di peli di cammello, con una cintura ai fianchi, senza cibo, solo un po’ di carne di cavalletta e miele selvatico. Chi sono però oggi questo tipo di persone da cui dovremmo lasciarci richiamare? Coloro che sono capaci di riaccendere in noi la speranza dell’attesa, del Veniente? Non certo coloro che stanno nei palazzi, cercando consensi, omologati.

Ancora un atteggiamento, potremmo chiedere per grazia. Scegliere dove stare. Infatti due gruppi di persone vanno dal Battista: c’è la massa della gente che, pentita, accorre per la purificazione; e c’è il codazzo che vanno da Giovanni con la malizia di coglierlo in fallo. È quest’ultimo un gruppo molto variegato, composto da “molti” tipi: sacerdoti, benpensanti, farisei, sadducei… Per loro ha parole pesanti, parole di fuoco: “Razza di vipere”… Almeno noi, facciamo frutti di conversione. L’Avvento è qui a chiederci un po’ di deserto, un po’ di speranza…un po’ di frutti capaci di dimostrare il cambiamento.

Don Massimo.

11/16/14

LE NOSTRE PAURE

thCA6SZAW7 Prima domenica d’ Avvento

16 Novembre 2014.

Come la pioggia e la neve

Inizia oggi l’Avvento e la liturgia comincerà a ripetere con insistenza: svegliati, alzati, non dormire. Tieniti pronto e sobrio: il Signore sta per venire, il Signore viene! E alla fine lo potremo vedere in tutta la sua gloria, come afferma il Vangelo. Ma prima di poterlo vedere alla fine del mondo, prima di adorarlo nelle sembianze di un bambino a Natale, dobbiamo fare i conti con questo Gesù che preannuncia eventi di distruzione e di morte.

Sembra proprio che nell’ultimo scorcio di questo terribile 2014, il vangelo faccia da cassa di risonanza di tutte le nostre paure. Quasi ci viene da esclamare: “Basta, Signore! Adesso ti ci metti anche Tu? Perché ci aumenti l’angoscia avvertendoci che anche il Tempio dovrà cadere? Parlandoci di inganni, di guerre, di terremoti, di carestie, di pestilenze, di lotte fratricide dentro le nostre famiglie non fai altro che terrorizzarci!” In un passo parallelo Luca evangelista dice addirittura che gli uomini moriranno per la paura. Quasi non bastassero tutte le nostre attuali paure! Oggi le paure hanno traslocato. Sono passate dalla fascia cosmica a quella antropologica. “Non si articolano più attorno al cuore della natura: si articolano attorno al cuore dell’uomo. Oggi, cioè, non si ha più paura della carestia provocata dall’avarizia della terra, ma della carestia prodotta dall’avarizia dell’uomo” (Mons. Tonino Bello, Omelia I Dom.d’Avvento del 27/11/1989).

Questo passaggio dalla paura delle cose e degli eventi alla paura per gli uomini merita qualche considerazione. Non abbiamo più paura del buio perché ci siamo illusi di aver illuminato a giorno le nostre notti. Diciamo di non temere più il mistero che si nasconde dentro le cose, ma poi scopriamo che la natura non finisce più di stupirci. Abbiamo così sempre più paura gli uni degli altri, dell’altro diverso da noi. E lo carichiamo di tutti i nostri timori. L’altra mano per noi nasconde sempre un pugnale. Ci assestiamo in rapporti sempre più formali, dove il sorriso cela una profonda tristezza. Del resto, il termine paura ha la stessa radice di pavimento, dal latino pavère, cioè batter il terreno per livellarlo. Così come anche terrore ha la stessa radice della parola terra. La radice delle nostre paure sta dunque nel timore di essere battuto, appiattito, livellato, calpestato, dimenticato, messo da parte, rottamato, da qualcuno. Così sono venute meno le relazioni buone, durature, vitali, capaci di farti vivere ancora, di regalarti un respiro, un po’ di speranza. Abbiamo paura di finire negli ingranaggi di una solitudine che noi ci siamo costruiti intorno, come uno steccato e che chiamiamo privacy, silenzio sui dati sensibili, porte blindate, numeri segreti per riuscire ad entrare nei nostri splendidi appartamenti. E così finiamo per essere imprigionati e soli, magari con una badante mal sopportata, un televisore ed un grosso computer con il quale forse, con l’aiuto di skype riuscirò a vedere mio figlio o mio nipote che sta dall’altra parte del mondo.

Ora, cosa dice il Signore di fronte a tutte queste nostre paure? Resta lì, steso sul pavimento della tua solitudine? Rimani appiattito e atterrato? Così ci dice? No! Se avessimo la pazienza di rileggere il Vangelo di oggi potremmo fare la raccolta di alcuni verbi che insieme compongono il vangelo dell’anti-paura. Dice Gesù: che nessuno vi inganni, non allarmatevi, non preoccupatevi, non credeteci…Gesù, davanti a tale sconvolgimento del mondo, all’incomprensione e al terrore, alla possibilità stessa di una testimonianza che ci potrebbe chiedere anche il dono della vita, non ci regala formule magiche o rimedi illusori. Gesù semplicemente dice di non temere perché lui ha già sconfitto il mondo! L’evangelo dell’anti-paura ci porta a guardare ancora Gesù negli occhi, mentre ci esorta ad alzarci. Alziamoci andando oltre le nostre rassegnazioni, ritroviamo il gusto della speranza, ridando gli spessore e dignità nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie, nella chiesa. Leviamo il capo, imparando a riconoscerlo nei poveri, negli umili, nei sofferenti allargando l’azione della nostra carità. Drizzate e alzate la testa. Vi brilli ancora negli occhi l’attesa del Signore, la fiducia nonostante tutto. E là dove siete, la dove spesso sentite risuonare una parola di lamento, regalate a vostra volta la fiducia. Così questo Avvento 2014 non sarà più certo un contenitore delle nostre paure, ma l’ostensorio delle nostre speranze.

11/9/14

CRISTO RE

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9 Novembre 2014

Con la festa di Cristo Re si chiude l’anno liturgico. Questa festa istituita da papa Ratti voleva essere un grido di libertà nel nome di Gesù, a fronte di ogni tipo di assolutismo e di totalitarismo di quel tempo. Come si volesse dire che solo Gesù ha un diritto di supremazia d’amore su ogni persona di questo mondo.

I Vangeli conoscono diverse immagini di regalità di Gesù. Quella che ci regala la liturgia odierna ci riporta al dialogo con Pilato al quale era giunta voce che l’avevano acclamato re. Con ironia gli domanda: “Sei tu il Re dei Giudei?”. Il tono sarcastico di quell’uomo debole cambia. Pilato intuisce che Gesù sta parlando di altro, di un altro mondo di cui non percepisce i confini. Pertanto ritorna con la stessa domanda che mi pare però sia pronunciata con un altro tono: “Dunque, tu sei re?”. Pilato comincia ad intuire di trovarsi davanti ad una persona non comune. Capace di suscitare domande, persino in lui. Domande vere, non scontate. Entrare in questa consapevolezza, è lo scopo della giornata di oggi. Dire che Gesù è nostro re e non conoscerlo affatto e non sapere il perché…è assurdo.

La regalità di Gesù ci confonde sia perché non può essere paragonata a nessuna realtà mondana, sia perché apparteniamo ormai ad una cultura così individualista che non sopporta lacuna forma di reale e concreta appartenenza. Per affermare la nostra falsa libertà, finiamo per non legarci a nessuno. Mal sopportiamo una relazione che ci chieda una forma di obbedienza e di riconoscimento. Perché – ammettiamolo – all’origine del nostro essere, non c’è mai l’altro, ma sempre e solo…io. È quasi impossibile ogni affidamento.

Il senso della regalità di nostro Signore Gesù Cristo – perché così si chiama questa festa – sta racchiuso nella risposta che Gesù dà a Pilato: “Tu lo dici: io sono re”. Gesù sa di essere nostro re! Ma desidera che siamo noi a dirlo e a riconoscerlo davvero nella nostra vita. La sua è una regalità che non si impone, semplicemente si propone. La sua è una regalità di relazione capace di distribuire amore e non sudditanza.

C’è infine per concludere un’espressione che Gesù dice di sé e che esclude ogni incertezza. Descrivendo l’atto estremo del suo gesto salvifico. Nell’imminenza della sua morte, alcuni greci simpatizzanti erano saliti a Gerusalemme e dicono: “Vogliamo vedere Gesù”. Non si tratta di curiosità. C’era dentro un sincero desiderio e bisogno di conoscere, di credere…teso a voler raggiungere l’identità stessa di Gesù. Per questo, rispondendo il Cristo va subito all’essenzialità della croce: “Io, quando sarò innalzato…attirerò tutti a me”.

Gesù in ultima istanza regna dalla croce. Gesù crocifisso esercita un’attrazione che in certo senso rimane insondabile, proprio perché ha i tratti estremi e doloranti della fragilità. Ci piaccia o no, la regalità di Gesù è una regalità crocifissa.

Don Massimo

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11/7/14

ATTESA E COMPIMENTO

thCA6SZAW7IV Domenica d’Avvento.

7 Dicembre 2014

Come la pioggia e la neve.

Il beato card. Newman definisce il cristiano come “colui che attende il Signore”. Appena però si avvicina il Natale, ogni anno cadiamo nello stesso errore. Il tema dell’attesa, decade subito e diamo spazio – quando va bene – al tema della memoria. Peggio: si attiva la “commemorazione” della nascita di Gesù, avvenuta duemila anni fa, di un Dio già venuto, che non va più atteso e neppure invocato.

Accendendo il quarto cero della corona d’Avvento chiediamo la grazia di reagire a questo andazzo. L’Avvento non è il Natale. L’attesa non è la memoria. Attendere Dio non è ricordare la sua nascita a Natale. Dio che in Gesù di Nazareth ha abitato in mezzo a noi, sarà sempre l’atteso sino alla fine dei tempi. Anche i primi cristiani hanno rischiato di cadere in questo tranello, immaginando che Cristo sarebbe tornato da un momento all’altro. Cantavano: “Marànatha! Vieni Signore Gesù”. L’attesa continua di Dio qualifica la nostra umanità. Perché l’amore è insieme attesa e compimento. La perdita marcata in Occidente delle radici cristiane del Natale è il segno triste del venire meno di un’attesa profonda nei confronti di Dio. Lo scrittore Ignazio Silone affermò: “Mi sono stancato di cristiani che aspettano la venuta del loro Signore con la stessa indifferenza con cui si aspetta l’arrivo dell’autobus”.

Impariamo dunque da Dio come si attende, in cosa consiste saper aspettare, rispettando i tempi dell’altro, il partner dell’amore. Lui si è sempre voluto preparare per venirci incontro. Guardiamo anche solo all’inizio del vangelo proposto per questa domenica che narra l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. È il vero regista del suo trionfo. Stupisce nella sua attenzione ai particolari, ai dettagli. Soprattutto meraviglia che Gesù possa aver bisogno perfino di un asinello, per entrare nella città dove è consapevole che si consumerà il compimento della sua esistenza. Se Dio ci viene incontro per riempire le nostre attese, sa che così facendo porta a compimento anche le sue. Ancora: attesa e compimento. Io capisco che Dio vuole aver bisogno di noi. Ciò mi commuove: intuisco che prima della nostra attesa di Lui, sta il desiderio che Lui ha di ciascuno di noi! Ci regala una tenerezza che forse qui non si vede, ma è la stessa che scopriremo commossi sul volto del Bambin Gesù.

Qui è l’incontro. Nel Vangelo di oggi si esprime con l’accoglienza festosa della gente. L’asinello viene rivestito di mantelli, altri vengono stesi sulla strada. Si tagliano rami di ulivo. Si forma un corteo che, cantando, accompagnerà Gesù sin dentro la Città Santa. Qui sorprende il contrasto. Tanto quanto la gente si agita, il Cristo tace. Dio non disdegna il nostro bisogno di festa. Anche il nostro modo di fare il Natale, con tutte le sue riduzione e deformazioni, alla fine può starci. Ma è urgente stabilire un significato fra il suo avanzare verso la Passione nel silenzio e i rumori assordanti delle nostre feste. Dio ci prende così come siamo, è vero. Ma noi dobbiamo impegnarci a fargli un minimo di spazio, lasciando a chi lo vuole vedere, almeno di intravvederlo. È spaventosa questa insensibilità della folla che lo copre. Anche quando entrerà nelle nostre chiese, forse potrebbe ripetere lo stesso gesto misterioso di allora: “…ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, usci con i Dodici verso Betania”. Dalla porta che dà su Betania era entrato e ora verso Betania se ne esce. Là troverà i suoi amici, ma ricordiamo che Betania è …casa dell’afflitto.

Don Massino

11/2/14

BUONA MORTE

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2 Novembre 2014

Mi ha veramente stupito una mamma che un giorno, al termine di un discorso, mi fece una domanda sul perché noi sacerdoti parliamo di tutto, di tutto ciò che alla fine passa, ma da tanto tempo non parliamo più della morte. “Non vi pare che vi fermiate troppe volte su quanto passa, e non ci ricordiate mai del momento decisivo, quello della morte?” Mi ha colpito perché sono soprattutto le mamme che in passato mi dicevano di non spaventare i bambini parlando della morte. Questi discorsi sovente in famiglia vengono censurati.

E’ vero. Noi viviamo senza chiederci il perché ci è stata donata la vita e soprattutto senza problematizzarci su come la viviamo. Viviamo alla giornata. Anche il domani che è un altro giorno…e poi si vedrà. E così buttiamo via il percorso della nostra esistenza gettandolo come carta straccia.

Un tempo al contrario il ritornello del catechismo era ben diverso. I novissimi per esempio: ce li insegnavano a memoria. Morte, giudizio, inferno e paradiso.

Oggi forse non sappiamo più dare senso al dono della vita e se gliene diamo uno, è quello errato. E così perfino il grande dono ci si ritorce contro di noi e contro Dio che ce l’ha dato. Non si ripete mai abbastanza che la nostra vita è dall’eternità presente nel cuore del Padre. Nessuno è al mondo per caso. La vita ci è donata affinché noi riamassimo Dio con tutto noi stessi. Il senso della vita consiste nel mettere Dio al di sopra di ogni creatura che è ancora dono di Dio. Con questo continuo “Ti amo”, ricordiamoci le preghiere del mattino, noi si arriva alla santità che ci rende degni di tornare alla casa del Padre. Non fa mai paura la morte per chi ha vissuto con gli occhi rivolti al cielo, cercando sempre prima di tutto il regno di Dio.

Il solo pensiero di ritrovare tutti coloro che ce l’hanno fatta a vivere così ci riempie il cuore di speranza e di attesa. Rivedremo chi abbiamo amato, gli amici. Questo è il senso dell’andare al cimitero: nutrire l’attesa del nuovo incontro. Entrando nel cimitero, in realtà noi diciamo: “Verrà il mio giorno in cui passerò da questa terra al cielo. Come sarà quel momento così importante, il più importante della mia vita, che mi introduce nell’eternità?”

Quanti hanno cercato ogni giorno il bene, non devono aver paura. La morte altro non è che il “transito”, il ritorno. Nella vita noi siamo andati, alla morte semplicemente ritorniamo. E quando si rientra in casa, nella propria casa, è dolce, è serenità, è festa. Ho accompagnato molti verso la morte. Il Signore però finora non mi ha mai regalato la possibilità di essere presente al trapasso, nemmeno a quello di mio padre. Ma spero che molti lo vivano con il sorriso, perché in quel momento finalmente si intravvede il vero volto del Padre.

Molti non arrivano a quel momento sereni, in pace. Si arriva con il dubbio, con i peccati, con la disperazione. Da qui la necessità di commemorare i defunti con le preghiere e le elemosine, come suggerisce la Bibbia. Non facciamo del culto dei morti un mercato. Questi giorni dei Santi e dei Morti siano una continua educazione alla buona morte: aver il coraggio di guardare in faccia alla morte come al momento più importante della nostra vita, un momento irripetibile per il quale bisogna prepararsi. Vivere non da smemorati, ma con la fede di chi deve sapere che verrà anche per noi quel giorno e perciò occorre essere vigilanti, come le ragazze prudenti del Vangelo che attesero l’arrivo dello Sposo con le loro lampade accese per entrare nella sala delle nozze con Lui. Così non ci sentiremo dire: “Fuori, io non vi conosco!”.

Don Massimo

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11/1/14

DIVENTARE SANTI

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1 Novembre 2014

È mai possibile esserlo? Domanda scontata ed ovvia. Oggi è la celebrazione di Ognissanti. Da sempre sentiamo predicare che tutti siamo chiamati alla santità. Domanda vecchia dunque. La trovo invece quanto mai attuale e urgente, davanti alla ambiguità e alle bassezze morali della nostra compagine sociale ed ecclesiale.

È mai possibile giungere ad una vita buona e serena? La vita buona, continua a dirci il nostro vescovo. Spesso la sogniamo una vita così, che cioè la nostra esistenza ritrovasse quella freschezza, quella novità che aveva al principio, magari quando vivevamo nella spensieratezza dell’infanzia che oggi ricordiamo con nostalgia. Questo tipo di sogni fanno poi star male perché vengono infranti dalla fatica quotidiana, dalle nostre debolezze, dalle cadute di ogni giorno perché appunto… “non siamo mica dei santi, noi…” Alla fine ci convinciamo che dopotutto noi siamo semplicemente noi stessi e che non possiamo farci niente per cambiare.

Invece il Vangelo di Gesù ci dice che è possibile cambiare il corso della nostra vita. Le beatitudini significano sostanzialmente questo. Cambieranno le cose. Questo suscita fastidio in alcuni, come se dovessimo aspettare l’al di là per vedere le cose cambiate. A noi interessa essere felici di qua. E appunto questa grande promessa di Gesù convince. Non ci deve sembrare lontana, soprattutto nei momenti difficili della nostra vita. In quei momenti il nostro scetticismo spazza via ogni desiderio di bene, ogni speranza. Le contraddizioni e le sofferenze della vita quotidiana sembrano confermare simili impressioni.

Guardiamo ai santi. Uomini e donne che in tutta la loro vita hanno creduto e sperato nel vangelo. Pensiamo a Pietro, il primo degli apostoli; a Giovanni, il discepolo amato; a Paolo, il primo grande missionario. Oppure ad Agostino, il grande dottore cantore della sete di Dio; a Gerolamo, l’indefesso studioso delle Sacre Scritture. O a Francesco, il poverello che viveva in perfetta letizia; a Domenico, il predicatore appassionato del Vangelo; a Caterina, donna di grande coraggio, forza e dolcezza. Pensiamo ad Edith Stein, vittima della violenza nazista; a Oscar Romero (che non è ancora santo, ma lo sarà presto), il vescovo assassinato perché difendeva i poveri; a Madre Teresa, che si definiva la piccola matita nelle mani di Dio… Ebbene tutti costoro, uomini e donne come noi, ci testimoniano che è davvero possibile diventare santi, che è davvero possibile raggiungere una vita buona e serena. Essi sono coloro che hanno trovato la pienezza della vita nel Vangelo di Gesù, al di là di ogni dubbio e scetticismo.

Dunque anche noi possiamo diventare santi, al di là di ogni tribolazione e scetticismo. Soltanto ci è chiesto di rimanere fedeli al Vangelo di Gesù, l’unico che può dare salvezza; e ci è chiesto di vivere con fantasia questa nostra fede cristiana, riscoprendo nelle pieghe di ogni giornata il lato bello e promettente della vita.

Don Massimo

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10/26/14

MISSIONARIETA’

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26 Ottobre 2014

Oggi celebriamo la Giornata missionaria. Come dire: o la chiesa sente muoversi dentro questo slancio oppure non risponde al mondato che semplicemente la qualifica. Papa Francesco parlando della missione, ama usare l’immagine di una chiesa in uscita (Evangelii gaudium, 20).

Quando ero ragazzo la missione della chiesa coincideva sostanzialmente con l’entusiasmo evangelico di tanti giovani che si sentivano chiamati ad andare in terre lontane ad annunciare il Vangelo di Gesù. In questo modo uscivano dalle nostre comunità e là dove erano mandati come religiosi e religiose, trascorrevano lunghi tratti della loro vita, mettendo in atto pazientemente e con coraggio una sorta di “implantatio ecclesiae”. Con generosità e dedizione, giungevano a costruire grandiose opere di carità: scuole, pozzi, ospedali, chiese. Quando poi tornavano dalle loro missioni nelle parrocchie, raccontavano volentieri le loro avventure, ricreando negli ascoltatori più disponibili un sincero desiderio di imitazione Così nascevano altre vocazione e questo tipo di missionarietà universale, distesa geograficamente sino a raggiungere i confini del mondo, si perpetuava nella chiesa. Si ingenerava in noi però anche l’idea di una chiesa a due velocità: quella occidentale, custode della tradizione; e quella del Sud del mondo, un po’ “dell’altro mondo”, tanto giovane ed incerta, ma fondamentalmente considerata debole e precaria. Da alcuni decenni non è più così. C’è un fenomeno di interscambio da riconoscere oramai. Così tanti sacerdoti e religiose sono usciti dalle loro chiese del Sud del mondo e hanno cominciato a circolare e ad abitare nelle nostra comunità, venendo incontro spesso alla mancanza di sacerdoti e religiose nelle nostre comunità invecchiate e stanche. Siamo così passati dalla Missio ad gentes a quella che già il Concilio chiamava Cooperazione tra le chiese.

Questo uscire di una chiesa verso l’altra cosa potrebbe significare per noi, oggi? Anzitutto ci insegna che andare verso l’altro non comporta solamente un portagli qualcosa, ma anche che l’altro abbia sempre qualcosa da dare a me. Perché anche l’altro esce verso di me. Si va verso l’altro esercitandosi nell’accoglienza, nell’ascolto, nella capacità di prendersi cura dell’altro a partire da come è e non da come dovrebbe essere. Si stabilisce così una buona relazione, cioè quel tipo di legame semplice che Gesù stesso ci ha insegnato, comportando si così con noi.

La prima lettura di questa liturgia ci ha ricordato lo stile missionario di Gesù di Nazareth che passò beneficando e risanando tutti… Ritengo che la prima lezione di missionarietà sia proprio questa: accettare che l’altro sia altro da me. Un altro che è così diverso da me da stare altrove e non solo in senso geografico, ma poiché abita un’altra cultura, religione, organizzazione sociale e politica…In questo senso non si tratta neppure di costruire chissà quali strutture, chiese ed istituzioni, ma saper fare spazio all’altro. Siamo ancora agli inizi di questo tipo di missionarietà.

L’altro aspetto viene di conseguenza. Una chiesa che ha il coraggio di fare così, finisce per essere ancora più se stessa perché farebbe spazio a Gesù, rimettendolo al centro. Tutta preoccupata di difendersi, la Chiesa contemporanea è diventata come il gruppo degli apostoli dopo la Passione: chiusi dentro nel Cenacolo bloccati dalla paura. Erano più preoccupati di conservare la memoria di Gesù che non sentirlo e annunciarlo come l’unica buona notizia, come evangelo. Uscire per mettere Gesù al centro significa recuperare nelle nostre comunità quella centralità che fa trasparire Gesù in tutto ciò che facciamo e in ciò che diciamo. In questo modo non sarà difficile andare verso le “periferie del mondo” come afferma il papa: “Tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalle proprie comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (Evangelii gaudium 20).

Don Massimo

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10/19/14

DEDICAZIONE DEL DUOMO

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19 Ottobre 2014

Il primo incontro di catechesi in autunno lo avvio sempre in chiesa. Alcune decine di bambini mi guardano, sorridenti e chiacchierini. Chiedo loro se sanno dove si trovano. Mi rispondono in coro: “In chiesaaa!”. “Ma cos’è la Chiesa?” chiedo ancora. Subito uno risponde: “la casa dove si prega”. Gesù oggi ci dice la stessa cosa, citando Isaia: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri”. La grandezza della Chiesa sta qui: nell’essere una realtà nella quale si può ancora percepire la presenza di Dio. Quando la gente reclama dagli uomini di chiesa una maggior coerenza, forse ci stanno chiedendo con nostalgia questo. Nella storia abbiamo riaffermato per anni il primato della Parola, ci siamo divisi nell’interpretare la presenza eucaristica…ecc. è forse venuto il momento di riprendere l’atto penitenziale che sta all’inizio delle nostre celebrazioni. Impariamo dal pubblicano e smettiamola con la presunzione del fariseo.

Ci fa pertanto male sentir parlare Gesù in questo modo. Ma è così: laddove viene meno lo Spirito di Dio, si insinua inesorabilmente la mondanità. Non si tratta di fare i profeti di sventura né di cedere al facile autolesionismo, ma ammettere che anche le nostre comunità possono essere attraversate dallo spirito del maligno. Dio non è un prodotto commerciale da piazzare sul mercato. Dio è amore, gratuità pura, gratuità infinita. Questo deve trasparire dal nostro modo di essere comunità cristiana. Altrimenti corriamo il rischio reale di aggrapparci sui vetri, pur di difendere il nostro operato. Una mistica francese, Madeleine Delbrêl, morta cinquant’anni fa (13 ottobre 1964) parlava così alle sue compagne: “Per il fatto di essere nella chiesa, siamo gente pressata in lei, pressata come lei. Come lei, a causa del mondo, noi siamo in stato di urgenza. Tutto ciò che facesse di noi dei pensatori, degli amanti della introspezione, dei problematizza tori cronici, ci distoglierebbe da questa urgenza ed è ciò che temo per noi. Al contrario, camminando si può pensare, raccogliersi, riflettere”.

Forse non a tutti piacciono le immagini che papa Francesco usa per descrivere la realtà della chiesa. Dopo quella dell’ospedale da campo, l’abbiamo anche sentito parlare di una chiesa “in uscita”, ivitata a splancare le sue porte. Uscendo dalle sacrestie, per portare la gioia del Vangelo a tutti, e, in modo particolare, ai poveri. Anche Gesù, dopo aver scacciato i mercanti dal tempio fa un gesto che spiazza tutti: “gli si avvicinarono ciechi e storpi, ed egli li guari”. Non si mette a pregare per sé. Si lascia subito avvicinare da gente ferita ed emarginata. Una Chiesa in uscita è una chiesa con le porte aperte: “Usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. (…) Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e di procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita” (26 novembre 2013).

Don Massimo

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