11/9/14

CRISTO RE

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9 Novembre 2014

Con la festa di Cristo Re si chiude l’anno liturgico. Questa festa istituita da papa Ratti voleva essere un grido di libertà nel nome di Gesù, a fronte di ogni tipo di assolutismo e di totalitarismo di quel tempo. Come si volesse dire che solo Gesù ha un diritto di supremazia d’amore su ogni persona di questo mondo.

I Vangeli conoscono diverse immagini di regalità di Gesù. Quella che ci regala la liturgia odierna ci riporta al dialogo con Pilato al quale era giunta voce che l’avevano acclamato re. Con ironia gli domanda: “Sei tu il Re dei Giudei?”. Il tono sarcastico di quell’uomo debole cambia. Pilato intuisce che Gesù sta parlando di altro, di un altro mondo di cui non percepisce i confini. Pertanto ritorna con la stessa domanda che mi pare però sia pronunciata con un altro tono: “Dunque, tu sei re?”. Pilato comincia ad intuire di trovarsi davanti ad una persona non comune. Capace di suscitare domande, persino in lui. Domande vere, non scontate. Entrare in questa consapevolezza, è lo scopo della giornata di oggi. Dire che Gesù è nostro re e non conoscerlo affatto e non sapere il perché…è assurdo.

La regalità di Gesù ci confonde sia perché non può essere paragonata a nessuna realtà mondana, sia perché apparteniamo ormai ad una cultura così individualista che non sopporta lacuna forma di reale e concreta appartenenza. Per affermare la nostra falsa libertà, finiamo per non legarci a nessuno. Mal sopportiamo una relazione che ci chieda una forma di obbedienza e di riconoscimento. Perché – ammettiamolo – all’origine del nostro essere, non c’è mai l’altro, ma sempre e solo…io. È quasi impossibile ogni affidamento.

Il senso della regalità di nostro Signore Gesù Cristo – perché così si chiama questa festa – sta racchiuso nella risposta che Gesù dà a Pilato: “Tu lo dici: io sono re”. Gesù sa di essere nostro re! Ma desidera che siamo noi a dirlo e a riconoscerlo davvero nella nostra vita. La sua è una regalità che non si impone, semplicemente si propone. La sua è una regalità di relazione capace di distribuire amore e non sudditanza.

C’è infine per concludere un’espressione che Gesù dice di sé e che esclude ogni incertezza. Descrivendo l’atto estremo del suo gesto salvifico. Nell’imminenza della sua morte, alcuni greci simpatizzanti erano saliti a Gerusalemme e dicono: “Vogliamo vedere Gesù”. Non si tratta di curiosità. C’era dentro un sincero desiderio e bisogno di conoscere, di credere…teso a voler raggiungere l’identità stessa di Gesù. Per questo, rispondendo il Cristo va subito all’essenzialità della croce: “Io, quando sarò innalzato…attirerò tutti a me”.

Gesù in ultima istanza regna dalla croce. Gesù crocifisso esercita un’attrazione che in certo senso rimane insondabile, proprio perché ha i tratti estremi e doloranti della fragilità. Ci piaccia o no, la regalità di Gesù è una regalità crocifissa.

Don Massimo

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11/2/14

BUONA MORTE

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2 Novembre 2014

Mi ha veramente stupito una mamma che un giorno, al termine di un discorso, mi fece una domanda sul perché noi sacerdoti parliamo di tutto, di tutto ciò che alla fine passa, ma da tanto tempo non parliamo più della morte. “Non vi pare che vi fermiate troppe volte su quanto passa, e non ci ricordiate mai del momento decisivo, quello della morte?” Mi ha colpito perché sono soprattutto le mamme che in passato mi dicevano di non spaventare i bambini parlando della morte. Questi discorsi sovente in famiglia vengono censurati.

E’ vero. Noi viviamo senza chiederci il perché ci è stata donata la vita e soprattutto senza problematizzarci su come la viviamo. Viviamo alla giornata. Anche il domani che è un altro giorno…e poi si vedrà. E così buttiamo via il percorso della nostra esistenza gettandolo come carta straccia.

Un tempo al contrario il ritornello del catechismo era ben diverso. I novissimi per esempio: ce li insegnavano a memoria. Morte, giudizio, inferno e paradiso.

Oggi forse non sappiamo più dare senso al dono della vita e se gliene diamo uno, è quello errato. E così perfino il grande dono ci si ritorce contro di noi e contro Dio che ce l’ha dato. Non si ripete mai abbastanza che la nostra vita è dall’eternità presente nel cuore del Padre. Nessuno è al mondo per caso. La vita ci è donata affinché noi riamassimo Dio con tutto noi stessi. Il senso della vita consiste nel mettere Dio al di sopra di ogni creatura che è ancora dono di Dio. Con questo continuo “Ti amo”, ricordiamoci le preghiere del mattino, noi si arriva alla santità che ci rende degni di tornare alla casa del Padre. Non fa mai paura la morte per chi ha vissuto con gli occhi rivolti al cielo, cercando sempre prima di tutto il regno di Dio.

Il solo pensiero di ritrovare tutti coloro che ce l’hanno fatta a vivere così ci riempie il cuore di speranza e di attesa. Rivedremo chi abbiamo amato, gli amici. Questo è il senso dell’andare al cimitero: nutrire l’attesa del nuovo incontro. Entrando nel cimitero, in realtà noi diciamo: “Verrà il mio giorno in cui passerò da questa terra al cielo. Come sarà quel momento così importante, il più importante della mia vita, che mi introduce nell’eternità?”

Quanti hanno cercato ogni giorno il bene, non devono aver paura. La morte altro non è che il “transito”, il ritorno. Nella vita noi siamo andati, alla morte semplicemente ritorniamo. E quando si rientra in casa, nella propria casa, è dolce, è serenità, è festa. Ho accompagnato molti verso la morte. Il Signore però finora non mi ha mai regalato la possibilità di essere presente al trapasso, nemmeno a quello di mio padre. Ma spero che molti lo vivano con il sorriso, perché in quel momento finalmente si intravvede il vero volto del Padre.

Molti non arrivano a quel momento sereni, in pace. Si arriva con il dubbio, con i peccati, con la disperazione. Da qui la necessità di commemorare i defunti con le preghiere e le elemosine, come suggerisce la Bibbia. Non facciamo del culto dei morti un mercato. Questi giorni dei Santi e dei Morti siano una continua educazione alla buona morte: aver il coraggio di guardare in faccia alla morte come al momento più importante della nostra vita, un momento irripetibile per il quale bisogna prepararsi. Vivere non da smemorati, ma con la fede di chi deve sapere che verrà anche per noi quel giorno e perciò occorre essere vigilanti, come le ragazze prudenti del Vangelo che attesero l’arrivo dello Sposo con le loro lampade accese per entrare nella sala delle nozze con Lui. Così non ci sentiremo dire: “Fuori, io non vi conosco!”.

Don Massimo

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11/1/14

DIVENTARE SANTI

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1 Novembre 2014

È mai possibile esserlo? Domanda scontata ed ovvia. Oggi è la celebrazione di Ognissanti. Da sempre sentiamo predicare che tutti siamo chiamati alla santità. Domanda vecchia dunque. La trovo invece quanto mai attuale e urgente, davanti alla ambiguità e alle bassezze morali della nostra compagine sociale ed ecclesiale.

È mai possibile giungere ad una vita buona e serena? La vita buona, continua a dirci il nostro vescovo. Spesso la sogniamo una vita così, che cioè la nostra esistenza ritrovasse quella freschezza, quella novità che aveva al principio, magari quando vivevamo nella spensieratezza dell’infanzia che oggi ricordiamo con nostalgia. Questo tipo di sogni fanno poi star male perché vengono infranti dalla fatica quotidiana, dalle nostre debolezze, dalle cadute di ogni giorno perché appunto… “non siamo mica dei santi, noi…” Alla fine ci convinciamo che dopotutto noi siamo semplicemente noi stessi e che non possiamo farci niente per cambiare.

Invece il Vangelo di Gesù ci dice che è possibile cambiare il corso della nostra vita. Le beatitudini significano sostanzialmente questo. Cambieranno le cose. Questo suscita fastidio in alcuni, come se dovessimo aspettare l’al di là per vedere le cose cambiate. A noi interessa essere felici di qua. E appunto questa grande promessa di Gesù convince. Non ci deve sembrare lontana, soprattutto nei momenti difficili della nostra vita. In quei momenti il nostro scetticismo spazza via ogni desiderio di bene, ogni speranza. Le contraddizioni e le sofferenze della vita quotidiana sembrano confermare simili impressioni.

Guardiamo ai santi. Uomini e donne che in tutta la loro vita hanno creduto e sperato nel vangelo. Pensiamo a Pietro, il primo degli apostoli; a Giovanni, il discepolo amato; a Paolo, il primo grande missionario. Oppure ad Agostino, il grande dottore cantore della sete di Dio; a Gerolamo, l’indefesso studioso delle Sacre Scritture. O a Francesco, il poverello che viveva in perfetta letizia; a Domenico, il predicatore appassionato del Vangelo; a Caterina, donna di grande coraggio, forza e dolcezza. Pensiamo ad Edith Stein, vittima della violenza nazista; a Oscar Romero (che non è ancora santo, ma lo sarà presto), il vescovo assassinato perché difendeva i poveri; a Madre Teresa, che si definiva la piccola matita nelle mani di Dio… Ebbene tutti costoro, uomini e donne come noi, ci testimoniano che è davvero possibile diventare santi, che è davvero possibile raggiungere una vita buona e serena. Essi sono coloro che hanno trovato la pienezza della vita nel Vangelo di Gesù, al di là di ogni dubbio e scetticismo.

Dunque anche noi possiamo diventare santi, al di là di ogni tribolazione e scetticismo. Soltanto ci è chiesto di rimanere fedeli al Vangelo di Gesù, l’unico che può dare salvezza; e ci è chiesto di vivere con fantasia questa nostra fede cristiana, riscoprendo nelle pieghe di ogni giornata il lato bello e promettente della vita.

Don Massimo

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10/26/14

MISSIONARIETA’

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26 Ottobre 2014

Oggi celebriamo la Giornata missionaria. Come dire: o la chiesa sente muoversi dentro questo slancio oppure non risponde al mondato che semplicemente la qualifica. Papa Francesco parlando della missione, ama usare l’immagine di una chiesa in uscita (Evangelii gaudium, 20).

Quando ero ragazzo la missione della chiesa coincideva sostanzialmente con l’entusiasmo evangelico di tanti giovani che si sentivano chiamati ad andare in terre lontane ad annunciare il Vangelo di Gesù. In questo modo uscivano dalle nostre comunità e là dove erano mandati come religiosi e religiose, trascorrevano lunghi tratti della loro vita, mettendo in atto pazientemente e con coraggio una sorta di “implantatio ecclesiae”. Con generosità e dedizione, giungevano a costruire grandiose opere di carità: scuole, pozzi, ospedali, chiese. Quando poi tornavano dalle loro missioni nelle parrocchie, raccontavano volentieri le loro avventure, ricreando negli ascoltatori più disponibili un sincero desiderio di imitazione Così nascevano altre vocazione e questo tipo di missionarietà universale, distesa geograficamente sino a raggiungere i confini del mondo, si perpetuava nella chiesa. Si ingenerava in noi però anche l’idea di una chiesa a due velocità: quella occidentale, custode della tradizione; e quella del Sud del mondo, un po’ “dell’altro mondo”, tanto giovane ed incerta, ma fondamentalmente considerata debole e precaria. Da alcuni decenni non è più così. C’è un fenomeno di interscambio da riconoscere oramai. Così tanti sacerdoti e religiose sono usciti dalle loro chiese del Sud del mondo e hanno cominciato a circolare e ad abitare nelle nostra comunità, venendo incontro spesso alla mancanza di sacerdoti e religiose nelle nostre comunità invecchiate e stanche. Siamo così passati dalla Missio ad gentes a quella che già il Concilio chiamava Cooperazione tra le chiese.

Questo uscire di una chiesa verso l’altra cosa potrebbe significare per noi, oggi? Anzitutto ci insegna che andare verso l’altro non comporta solamente un portagli qualcosa, ma anche che l’altro abbia sempre qualcosa da dare a me. Perché anche l’altro esce verso di me. Si va verso l’altro esercitandosi nell’accoglienza, nell’ascolto, nella capacità di prendersi cura dell’altro a partire da come è e non da come dovrebbe essere. Si stabilisce così una buona relazione, cioè quel tipo di legame semplice che Gesù stesso ci ha insegnato, comportando si così con noi.

La prima lettura di questa liturgia ci ha ricordato lo stile missionario di Gesù di Nazareth che passò beneficando e risanando tutti… Ritengo che la prima lezione di missionarietà sia proprio questa: accettare che l’altro sia altro da me. Un altro che è così diverso da me da stare altrove e non solo in senso geografico, ma poiché abita un’altra cultura, religione, organizzazione sociale e politica…In questo senso non si tratta neppure di costruire chissà quali strutture, chiese ed istituzioni, ma saper fare spazio all’altro. Siamo ancora agli inizi di questo tipo di missionarietà.

L’altro aspetto viene di conseguenza. Una chiesa che ha il coraggio di fare così, finisce per essere ancora più se stessa perché farebbe spazio a Gesù, rimettendolo al centro. Tutta preoccupata di difendersi, la Chiesa contemporanea è diventata come il gruppo degli apostoli dopo la Passione: chiusi dentro nel Cenacolo bloccati dalla paura. Erano più preoccupati di conservare la memoria di Gesù che non sentirlo e annunciarlo come l’unica buona notizia, come evangelo. Uscire per mettere Gesù al centro significa recuperare nelle nostre comunità quella centralità che fa trasparire Gesù in tutto ciò che facciamo e in ciò che diciamo. In questo modo non sarà difficile andare verso le “periferie del mondo” come afferma il papa: “Tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalle proprie comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (Evangelii gaudium 20).

Don Massimo

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10/19/14

DEDICAZIONE DEL DUOMO

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19 Ottobre 2014

Il primo incontro di catechesi in autunno lo avvio sempre in chiesa. Alcune decine di bambini mi guardano, sorridenti e chiacchierini. Chiedo loro se sanno dove si trovano. Mi rispondono in coro: “In chiesaaa!”. “Ma cos’è la Chiesa?” chiedo ancora. Subito uno risponde: “la casa dove si prega”. Gesù oggi ci dice la stessa cosa, citando Isaia: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri”. La grandezza della Chiesa sta qui: nell’essere una realtà nella quale si può ancora percepire la presenza di Dio. Quando la gente reclama dagli uomini di chiesa una maggior coerenza, forse ci stanno chiedendo con nostalgia questo. Nella storia abbiamo riaffermato per anni il primato della Parola, ci siamo divisi nell’interpretare la presenza eucaristica…ecc. è forse venuto il momento di riprendere l’atto penitenziale che sta all’inizio delle nostre celebrazioni. Impariamo dal pubblicano e smettiamola con la presunzione del fariseo.

Ci fa pertanto male sentir parlare Gesù in questo modo. Ma è così: laddove viene meno lo Spirito di Dio, si insinua inesorabilmente la mondanità. Non si tratta di fare i profeti di sventura né di cedere al facile autolesionismo, ma ammettere che anche le nostre comunità possono essere attraversate dallo spirito del maligno. Dio non è un prodotto commerciale da piazzare sul mercato. Dio è amore, gratuità pura, gratuità infinita. Questo deve trasparire dal nostro modo di essere comunità cristiana. Altrimenti corriamo il rischio reale di aggrapparci sui vetri, pur di difendere il nostro operato. Una mistica francese, Madeleine Delbrêl, morta cinquant’anni fa (13 ottobre 1964) parlava così alle sue compagne: “Per il fatto di essere nella chiesa, siamo gente pressata in lei, pressata come lei. Come lei, a causa del mondo, noi siamo in stato di urgenza. Tutto ciò che facesse di noi dei pensatori, degli amanti della introspezione, dei problematizza tori cronici, ci distoglierebbe da questa urgenza ed è ciò che temo per noi. Al contrario, camminando si può pensare, raccogliersi, riflettere”.

Forse non a tutti piacciono le immagini che papa Francesco usa per descrivere la realtà della chiesa. Dopo quella dell’ospedale da campo, l’abbiamo anche sentito parlare di una chiesa “in uscita”, ivitata a splancare le sue porte. Uscendo dalle sacrestie, per portare la gioia del Vangelo a tutti, e, in modo particolare, ai poveri. Anche Gesù, dopo aver scacciato i mercanti dal tempio fa un gesto che spiazza tutti: “gli si avvicinarono ciechi e storpi, ed egli li guari”. Non si mette a pregare per sé. Si lascia subito avvicinare da gente ferita ed emarginata. Una Chiesa in uscita è una chiesa con le porte aperte: “Usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. (…) Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e di procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita” (26 novembre 2013).

Don Massimo

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10/12/14

PERCHE’ PARLI IN PARABOLE?

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12 Ottobre 2014

Quando Gesù parlava andava dritto al cuore. Non era preoccupato di fare discorsi articolati o astratti. Intendeva raggiungere gli interlocutori. Parlava ai grandi in modo da essere capito dai bambini. Anche questo è un modo per attuare la logica della incarnazione. Dio intende raggiungere quest’uomo che ha davanti, non l’umanità in genere. E quest’uomo vive qui, con questa modalità concreta, con determinate categorie culturali e religiose. Dio decide di stare là dove vive l’uomo, nella banalità della sua esistenza feriale. Partendo da tale quotidianità nascono i racconti di Gesù, come questo dei quattro terreni. La gente lo capiva immediatamente, perché toccava i temi semplici e scottanti dello scorrere dei giorni. Egli si fa compagno nel senso etimologico del termine, cum-panis, e ci ha insegnato a chiedere quello quotidiano.

In questa logica si capisce perché il suo linguaggio crea problemi proprio ai discepoli a cui quel modo di parlare non convince e chiedono spiegazioni: “Perché parli in parabole?” Ma quello di Gesù era un raccontare o un insegnare, lui che chiamavano “Rabbi”. Il verbo di per sé è quello della narrazione. A volte gli insegnamenti sono aridi e troppo alti. Finiscono per sostare sopra la testa delle persone. Attraverso le parabole Gesù riesce ad entrare nelle case, cammina sulla riva del lago, frequenta ogni tipo di lavoratore, si interessa di ogni situazione familiare, sociale, giuridica ed economica. Dio dunque non parla in parabole semplicemente per farci degli esempi, dei banali paragoni. Gesù non ha alcuna intenzione definitoria nel suo modo di esprimersi. Non vuole dire tutto per concludere: “le cose stanno così e così…e basta!”. Il suo modo di parlare è quello del “come”… “Il regno dei cieli è come…” il grano di senapa, una perla, una moneta persa e ritrovata, una rete gettata in mare. È così sì…ma è anche altro…altro che ancora non è stato svelato. Quanto abisso fra questo stile ed il nostro così rigido, dogmatico, definitorio, spesso freddo e senza cuore. Per esempio, c’è differenza dire: “Dio è l’essere perfettissimo…” e dire che Dio è come un padre (che) aveva due figli…”

Possiamo concludere qui. Gesù aveva un modo di parlare che ancora oggi suscita mistero. Somiglia ad un mare infinito da solcare, da attraversare senza paura perché Lui stesso ci prende per mano e ci accompagna. Del resto tutti sanno che la Sacra Scrittura stessa preferisce il velo del simbolo e della parabola per raccontare Dio. Sa che di Dio non si può che balbettare qualcosa con tremore e con accenni, come di Qualcuno che in tutto ci supera. Gesù stesso non toglie questo velo. Resteremmo abbagliati come di fronte al sole. Meno male che ci sono le nuvole. Diceva il card. Martini: “Lui, che è il figlio ci parla del Padre, ma per enigmi fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui”. È per questo che anche noi predicatori dovremmo imparare ad usare maggior discrezione nel parlare di Dio nelle nostre chiese. Come ci farebbe bene pensare che anche le nostre certezze “non ci dispensano dalla fatica di interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e su quanto operiamo ogni giorno” (da “Ripartiamo da Dio”).

Don Massimo

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10/5/14

INUTILE

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5 Ottobre 2014

Gesù ci invita ad essere “inutili”. Non è bello sentirsi dire: “…sei proprio inutile, vattene!” Ricordo che in una parrocchia dove sono stato, chiamavano così un prete che stava tutto il giorno a giocare a biliardo con i suoi amici… “Don Inutile”, l’avevano soprannominato i più cattivelli. Gesù non parlava di questa inutilità. I cristiani sono chiamati a servire, lo sanno tutti. Gesù lo dice proprio: “Non sono venuto per essere servito ma per servire”. La questione si sposta su altro, sullo stile del servizio. In una cultura come la nostra, dove l’utile ed il profitto sono decisivi e sinonimi, quale ruolo hanno ancora i discepoli? Serve ancora la Chiesa che – sentendo parlare certi opinionisti che non sanno far altro che storpiare le parole di papa Francesco – alcuni vorrebbero rottamare? Io risponderei con fierezza. “Certo che sì!”. Ma subito aggiungerei: “Di pende da quale Chiesa, quale spirito di servizio…”

Un canto che fanno i nostri ragazzi: “Servo per amore” ci orienta. Gesù, per dirla tutta, non ci ha chiamato mai servi: “Vi ho chiamato amici, perché i servi non sanno quello che fa il loro padrone”. Noi, Gesù, ci ha messo al corrente di tutto. L’intera esistenza di Cristo è la dimostrazione che la qualità profonda del cuore di Dio è di servire l’uomo con tutto se stesso. È il cuore del kerigma, cioè dell’annuncio cristiano di un Dio che si inginocchia e si mette a lavare i piedi dei suoi discepoli. Solo partendo da qui si riesce a capire quale rivoluzione copernicana l’attuale pontefice ci chiede: ripensare al ruolo dei cristiani e della Chiesa stessa nel contesto sociale di oggi.

Eppure Gesù è fin troppo esplicito. Da una parte desidera che si agisca con il massimo delle energie come se tutto dipendesse da me in termini di santità innanzitutto, ma anche di competenza e in certi casi di professionalità vera e propria…dall’altra vuole che ci sentiamo “inutili”. Non è un controsenso? Decisamente no. In questo caso inutile non significa poco importante, ma semmai gratuito. In una cultura dello scarto e del tornaconto come la nostra, il gratuito è visto con ambiguità e sospetto. Ormai quando accostiamo una persona gentile e gratuita, vi viene subito da pensare: “Cosa vorrà questo da me? Perché è così ben disposto nei miei confronti?” Ed è brutto, bruttissimo. Altro che cultura del sospetto. Perfino la società civile a volta è più avanti di noi. Per esempio, rivalutare una persona con lavori socialmente utili la trovo un’espressione che educa. Invece, come odiavo il linguaggio scolastico dei crediti e dei debiti, che metteva tanta angoscia a taluni ragazzi costretti a sentirsi per mesi interi in debito con se stessi, con la famiglia, con i professori, con la società…In questi casi viene a mancare il lievito della testimonianza gratuita ed interessata. Gesù ci chiede di essere servi inutili non per mortificarci, toglierci l’entusiasmo o che so io…! Forse è una provocazione che ci costringe a tornare alle motivazioni che tengono in piedi il nostro volontariato: perché lo faccio? Per avere l’applauso, per avere il grazie, per avere un tornaconto, per sentirmi importante o al centro dell’attenzione, per orgoglio…Siamo tutti chiamati a rivedere le nostre modalità di servizio. Anche di quello parrocchiale. Ed il modello deve essere quello che ho raffigurato su quel dipinto in centro alla Chiesa: Gesù si alza da tavola, si cinge con un grembiule, prende un catino e si piega sui piedi (non proprio da Cenerentola) dei discepoli! Siccome andavano a piedi nudi o quasi, saranno stati impolverati o addirittura sporchi, sudati, screpolati, con i calli, forse maleodoranti. E Gesù li lava. E li bacia. E desidera far leva non sul sentimento, ma sulla consapevolezza: “Sapete quello che vi ho fatto’”.

E infine c’è la Parola di S. Paolo da non dimenticare. Anzi è lui stesso che ci esorta a non dimenticare. Mons. Tonino Bello diceva: “Chi sta alla tavola dell’Eucaristia deve deporre le vesti. Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, dello spreco, del lusso, della mentalità borghese per indossare la trasparenza della modestia, della semplicità, della leggerezza. Deve togliersi le vesti del dominio, dell’arroganza, dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che spesso il “Povero” per Gesù non si contrappone al “Ricco”, ma al “Potente”. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni”.

Papa Francesco ha usato recentemente l’immagine della Chiesa come ospedale da campo. Ma attenti non si è molto efficienti negli ospedali da campo. Spesso erano ospedali di fortuna, facevano quello che potevano. Spesso erano inutili, la gente colpita moriva e basta. A volte, anzi spesso, pensiamo di essere noi il medico, mentre il soggetto principale – quello che guarisce le nostre ferite e le altrui – è solo il Signore. Se il mondo ci aspetta per qualche servizio ancora, è solo per questo: attraverso qualunque cosa tu faccia, è Cristo che si deve vedere perché…appunto, siamo “servi inutili”.

Don Massimo

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09/28/14

IL BELL’AMORE

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28 Settembre 2014

Chissà perché parlare dell’amore è sempre difficile. O si è retorici e melensi, o si è superficiali e fuorvianti. Per esempio, ne abbiamo fatto qualcosa di platonico o come dico io…tanto sdolcinato da scriverne frasi alla Baci perugina… Invece l’amore ci costringe anche a parlare di quello sessuale.

Quando da bambini mi insegnavano a memoria i comandamenti, arrivati al sesto ci propinavano: “Non fornicare”… non capivo, storpiavo la parola. Poi passando gli anni, compresi che aveva a che fare con quel modo sbagliato di vivere l’amore che sono gli atti impuri. La sessualità è un dono che serve ad esprimere oltre che se stessi, anche la relazione amorosa nella quale le persone si rispettano e dovrebbero essere consapevoli di quello che fanno. Lo so che non è sempre così. Ci si deve sforzare sempre più di parlare della relazione amorosa come capace di vivere la relazione fra le persone e quella con Dio. Non si riuscirà mai ad incanalare l’amore in leggi. Accontentiamoci di scavare nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, affinché vi si ritrovino le tracce che conducono all’amore di Dio per ciascuno. Con buona pace delle ideologie correnti, l’amore di un uomo per la sua donna è l’immagine biblica più evidente dell’amore di Dio che in Gesù si è fatto carne. L’amore umano dunque è già capace di introdurre nell’amore di Dio.

A questo proposito non si può non tornare a fare riferimento al Sinodo straordinario che i vescovi vivranno fra pochi giorni. Dovranno occuparsi dei vari modi di vivere l’amore di coppia, della famiglia, di persone che vivono fra loro cercando di fare famiglia, di coppie che vivono a loro modo la relazione amorosa. Il nostro arcivescovo parlerebbe di “bell’amore”. Il cardinale sostiene che la misura dell’amore per l’altro, come la insegna Gesù, non è frutto di una teoria umana, astratta per così dire…ma è giustappunto una misura umana. Diventa la misura della mia stessa umanità: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Speriamo che i vescovi si ricorderanno nel formulare nuove regole o indicazioni più attuali di questa regola d’oro; chiedere ad una coppia e ad una famiglia quanto nel nome del Signore chiedi a te stesso. Non è semplicistico: al contrario indica la misura di quell’umano che il nostro Dio ha scelto come sua dimora e abitazione in mezzo a noi, incarnandosi.

Questo mi aiuta a concludere il pensiero sulla liturgia di oggi. È proprio un esempio credibile di come Gesù abbia sempre cercato di stare ad un tempo davanti all’altezza dell’amore secondo Dio senza tradire la complessità dell’amore secondo gli uomini. Il secondo sarà simile al primo, se conserva in se stesso tratti importanti dell’amore di Dio. L’andare gratuitamente verso l’altro. Coincide con il riuscire a stare alla stessa altezza dell’amore di Dio. Chiarissima, come al solito, l’espressione di papa Benedetto XVI nella Deus caritas est: “…la fede biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a quell’originario fenomeno umano che è l’amore, ma accetta tutto l’uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni”.

Don Massimo separatore

09/21/14

MAN HU? COS’E’??

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21 Settembre 2014

Per non abituarci all’Eucaristia, dovremmo ogni volta che ci viene deposta sul palmo della mano, rifare la stessa esperienza degli Ebrei quando videro la manna? Cos’è? Siamo alla vigilia del Sinodo straordinario sulla famiglia (4-19 ottobre) a cui seguirà quello ordinario nel 2015. Si parlerà di tutto. Ma già un argomento riempie le pagine dei giornali con uno strano prurito. È il tema della partecipazione dei divorziati all’Eucaristia. Tutti sanno che soprattutto quelli risposati, non possono fare la comunione. Alcuni teologi e vescovi pastora listi hanno interpretato le parole misericordiose di papa Francesco come “sdogananti”, altri – piuttosto inquieti – si rifanno al diritto canonico che è chiarissimo. Lasciamo lavorare il Sinodo e non diamo troppo credito ad un certo modo di fare giornalismo. Per noi che invece ci comunichiamo sovente resta doveroso cercare di comprendere quale sia lo stile giusto. Dovrebbe venire in mente quello di Gesù di fronte a coloro che versavano in una situazione di peccato. E noi stessi non ci battiamo il petto all’inizio di ogni Messa ammettendo di aver peccato? E allora?

Innanzitutto smettiamola di strumentalizzare tendenziosamente quanto afferma papa Francesco il cui stile nessuno contesta ma molti ne fanno un banditore a buon mercato. Il papa non può andare contro il Magistero della Chiesa. È chiamato a parlare “ex cathedra”. Non può contraddire il Concilio, per esempio. L’ultimo, il Vaticano II, ha ribadito fermamente il primato della Parola di Dio e papa Bergoglio stesso l’ha citato nella Evangelii Gaudium al n° 40. Il card. Martini ha educato generazioni intere a saper operare un discernimento alla luce della Parola (“In principio la Parola”). Alcuni osservatori l’hanno già rilevato e affermato che questo pre-Sinodo ha disatteso molto questo criterio. Ognuno è arrivato con le cose da dire già pronte, a volte già pubblicate. Io ritengo che all’ordine del giorno non ci sia l’indissolubilità del matrimonio che nessuno potrà mettere in discussione, quanto il metodo che attualmente è urgente apprendere in relazione al discernimento pastorale. Cosa insegna la Parola di Dio riguardo la situazione di chi è in peccato mortale? Si sa che il Codice di Diritto Canonico non pretende di sostituire la Sacra Scrittura, eppure ci deve aiutare col supporto della teologia ad interpretarla.

Se queste affermazioni sono convincenti, il lavoro da fare oggi di fronte a questa liturgia della Parola operare un tentativo di discernimento. Gesù ha moltiplicato il Pane per migliaia di persone. Però si sottrae allo sguardo. Si nasconde. Ma la gente lo cerca forsennata. Volevano addirittura farlo re. Ebbene con loro Gesù sferra un dialogo concitato. La folla lo costringe a spiegarsi. Quel pane non serviva solo per sfamare. Doveva essere un “segno”. Rappresentava il dono. La sua vuole essere una vita donata…non pretesa, non rubata, non protetta, non congelata… Gesù stesso ci sta insegnando un metodo: da una parte non vuole essere frainteso e strumentalizzato (molti divorziati non si comunicano dal giorno della cresima o appunto del matrimonio e a loro non è mai interessato farlo, perché ora si accaniscono?), dall’altra chiaramente si schiera dalla parte di chi si dona, non di chi rifiuta. La domanda urgentemente e autenticamente è ancora quella da cui siamo partiti: cos’è per me l’Eucaristia, che valore ha comunicarsi? Dopo di che, abbiamo il coraggio di chiederci se siamo noi a dettare i criteri pastorali o deve essere la Parola di Dio? C’è chi la sa rendere chiara.

Don Massimo

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09/14/14

ESALTAZIONE

lampada_iconaLAMPADA PER I MIEI PASSI E’ LA TUA PAROLA

14 Settembre 2014

Domanda da cento mila euro: si può esaltare la croce? E uno che muore sulla croce va esaltato? Ai Filippesi Paolo pare risponda proprio di sì: “Dio l’ha esaltato…” Può dunque uno strumento di morte, essere esaltato? Mi vengono in mente tutte le atroci forme con cui l’uomo spietatamente ha saputo dare la morte ad un fratello: la lapidazione, l’impiccagione, la ghigliottina, la fucilazione, la sedia elettrica, l’iniezione letale… A nessuno verrebbe in mente di esaltare queste tristissime e disumane forme di morte!!

È vero: neppure Dio l’ha scelta. Gesù sapeva che sarebbe finito come il Battista, come qualsiasi altro profeta del primo testamento. Non conosceva le modalità, a buon conto. Ho sempre fatto fatica ad accettare una spiritualità cristiana facilona, capace di esaltare la sofferenza fine a se stessa. Non mi ha mai convinto. Quasi che, avendo subito questo il Figlio di Dio, perché non accettarlo anche noi? No. O meglio, no se è a basso prezzo. Il dolore non va mai esaltato. Non propone un valore umano di per sé. Il dolore innocente ci lascia senza parole e basta. Semmai la retorica di certe parole altisonanti si fa più accettabile, se comincia a farti ritrovare la strada dell’amore. Per amore una madre è capace di soffrire per suo figlio. Ne accetta il valore. Accogliere il dolore come dono di sé. Allora ci sto.

Nonostante questa riflessione, occorre però anche constatare che nella storia anche recente il binomio croce-esaltazione persiste comunque. Quante volte la croce è stata issata come vessillo di guerra, chiaramente portato da chi si pensava detentore della verità? E così da strumento di salvezza è diventata nuovamente capace di dividere e seminare morte a sua volta. Tutti si ricordano di Costantino (santo per gli ortodossi) che la storia ci consegna come colui che ha visto la croce come “Segno di sicura vittoria”. Da allora chi non ha creduto nel concetto di “guerra santa”? Perché sta tornando di moda? Dopo averla cancellato questo concetto dal Catechismo, perché persiste il concetto di “guerra giusta” per molti? La guerra non è mai giusta. Papa Francesco rischiando di finire in tremende sabbie mobili, ha recentemente (18 agosto 2014, tornando dalla Corea) sostenuto che semmai è lecito fermare l’ingiusto aggressore… Dunque è lecito “fermare”. Già, ma con quali mezzi? Dovranno essere valutati…Personalmente preferisco l’espressione più chiara e decisa di san Giovanni Paolo II: “Mai più la guerra!” (16 marzo 2003).

Torniamo alla nostra domanda; la croce non va esaltata in quanto tale, non può servire per giustificare alcuna aggressione…allora cos’è? La Scrittura ci parla di “scandalo” per i Giudei e “stoltezza” per i pagani. Per noi cristiani che non siamo né ebrei, né greci…la croce è…tutte e due le cose. Il mistero della croce è troppo grande per spiegarlo in termini razionali, supera il nostro cuore e la nostra intelligenza. Può essere intuito forse nella preghiera e nel dolore stesso. Gesù stesso si è umiliato per accettarla. E imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Chissà se nell’orto degli ulivi, chiedendo di non bere il calice amaro, lui che aveva visto ogni cosa…oramai supponeva un esito tanto drammatico. Qualcuno ringrazia il regista Gibson per avercelo raffigurato nel suo film. A Matera lo ha girato. Questa estate ho potuto vedere il crocifisso che l’ha ispirato. Ma anche lui forse non ha centrato completamente l’obiettivo…mah, forse nessuno potrà mai farlo. La liturgia ogni anno lo esalta.

Don Massimo

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