INUTILE

lampada_iconaLAMPADA PER I MIEI PASSI E’ LA TUA PAROLA

5 Ottobre 2014

Gesù ci invita ad essere “inutili”. Non è bello sentirsi dire: “…sei proprio inutile, vattene!” Ricordo che in una parrocchia dove sono stato, chiamavano così un prete che stava tutto il giorno a giocare a biliardo con i suoi amici… “Don Inutile”, l’avevano soprannominato i più cattivelli. Gesù non parlava di questa inutilità. I cristiani sono chiamati a servire, lo sanno tutti. Gesù lo dice proprio: “Non sono venuto per essere servito ma per servire”. La questione si sposta su altro, sullo stile del servizio. In una cultura come la nostra, dove l’utile ed il profitto sono decisivi e sinonimi, quale ruolo hanno ancora i discepoli? Serve ancora la Chiesa che – sentendo parlare certi opinionisti che non sanno far altro che storpiare le parole di papa Francesco – alcuni vorrebbero rottamare? Io risponderei con fierezza. “Certo che sì!”. Ma subito aggiungerei: “Di pende da quale Chiesa, quale spirito di servizio…”

Un canto che fanno i nostri ragazzi: “Servo per amore” ci orienta. Gesù, per dirla tutta, non ci ha chiamato mai servi: “Vi ho chiamato amici, perché i servi non sanno quello che fa il loro padrone”. Noi, Gesù, ci ha messo al corrente di tutto. L’intera esistenza di Cristo è la dimostrazione che la qualità profonda del cuore di Dio è di servire l’uomo con tutto se stesso. È il cuore del kerigma, cioè dell’annuncio cristiano di un Dio che si inginocchia e si mette a lavare i piedi dei suoi discepoli. Solo partendo da qui si riesce a capire quale rivoluzione copernicana l’attuale pontefice ci chiede: ripensare al ruolo dei cristiani e della Chiesa stessa nel contesto sociale di oggi.

Eppure Gesù è fin troppo esplicito. Da una parte desidera che si agisca con il massimo delle energie come se tutto dipendesse da me in termini di santità innanzitutto, ma anche di competenza e in certi casi di professionalità vera e propria…dall’altra vuole che ci sentiamo “inutili”. Non è un controsenso? Decisamente no. In questo caso inutile non significa poco importante, ma semmai gratuito. In una cultura dello scarto e del tornaconto come la nostra, il gratuito è visto con ambiguità e sospetto. Ormai quando accostiamo una persona gentile e gratuita, vi viene subito da pensare: “Cosa vorrà questo da me? Perché è così ben disposto nei miei confronti?” Ed è brutto, bruttissimo. Altro che cultura del sospetto. Perfino la società civile a volta è più avanti di noi. Per esempio, rivalutare una persona con lavori socialmente utili la trovo un’espressione che educa. Invece, come odiavo il linguaggio scolastico dei crediti e dei debiti, che metteva tanta angoscia a taluni ragazzi costretti a sentirsi per mesi interi in debito con se stessi, con la famiglia, con i professori, con la società…In questi casi viene a mancare il lievito della testimonianza gratuita ed interessata. Gesù ci chiede di essere servi inutili non per mortificarci, toglierci l’entusiasmo o che so io…! Forse è una provocazione che ci costringe a tornare alle motivazioni che tengono in piedi il nostro volontariato: perché lo faccio? Per avere l’applauso, per avere il grazie, per avere un tornaconto, per sentirmi importante o al centro dell’attenzione, per orgoglio…Siamo tutti chiamati a rivedere le nostre modalità di servizio. Anche di quello parrocchiale. Ed il modello deve essere quello che ho raffigurato su quel dipinto in centro alla Chiesa: Gesù si alza da tavola, si cinge con un grembiule, prende un catino e si piega sui piedi (non proprio da Cenerentola) dei discepoli! Siccome andavano a piedi nudi o quasi, saranno stati impolverati o addirittura sporchi, sudati, screpolati, con i calli, forse maleodoranti. E Gesù li lava. E li bacia. E desidera far leva non sul sentimento, ma sulla consapevolezza: “Sapete quello che vi ho fatto’”.

E infine c’è la Parola di S. Paolo da non dimenticare. Anzi è lui stesso che ci esorta a non dimenticare. Mons. Tonino Bello diceva: “Chi sta alla tavola dell’Eucaristia deve deporre le vesti. Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, dello spreco, del lusso, della mentalità borghese per indossare la trasparenza della modestia, della semplicità, della leggerezza. Deve togliersi le vesti del dominio, dell’arroganza, dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che spesso il “Povero” per Gesù non si contrappone al “Ricco”, ma al “Potente”. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni”.

Papa Francesco ha usato recentemente l’immagine della Chiesa come ospedale da campo. Ma attenti non si è molto efficienti negli ospedali da campo. Spesso erano ospedali di fortuna, facevano quello che potevano. Spesso erano inutili, la gente colpita moriva e basta. A volte, anzi spesso, pensiamo di essere noi il medico, mentre il soggetto principale – quello che guarisce le nostre ferite e le altrui – è solo il Signore. Se il mondo ci aspetta per qualche servizio ancora, è solo per questo: attraverso qualunque cosa tu faccia, è Cristo che si deve vedere perché…appunto, siamo “servi inutili”.

Don Massimo

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