10/12/14

PERCHE’ PARLI IN PARABOLE?

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12 Ottobre 2014

Quando Gesù parlava andava dritto al cuore. Non era preoccupato di fare discorsi articolati o astratti. Intendeva raggiungere gli interlocutori. Parlava ai grandi in modo da essere capito dai bambini. Anche questo è un modo per attuare la logica della incarnazione. Dio intende raggiungere quest’uomo che ha davanti, non l’umanità in genere. E quest’uomo vive qui, con questa modalità concreta, con determinate categorie culturali e religiose. Dio decide di stare là dove vive l’uomo, nella banalità della sua esistenza feriale. Partendo da tale quotidianità nascono i racconti di Gesù, come questo dei quattro terreni. La gente lo capiva immediatamente, perché toccava i temi semplici e scottanti dello scorrere dei giorni. Egli si fa compagno nel senso etimologico del termine, cum-panis, e ci ha insegnato a chiedere quello quotidiano.

In questa logica si capisce perché il suo linguaggio crea problemi proprio ai discepoli a cui quel modo di parlare non convince e chiedono spiegazioni: “Perché parli in parabole?” Ma quello di Gesù era un raccontare o un insegnare, lui che chiamavano “Rabbi”. Il verbo di per sé è quello della narrazione. A volte gli insegnamenti sono aridi e troppo alti. Finiscono per sostare sopra la testa delle persone. Attraverso le parabole Gesù riesce ad entrare nelle case, cammina sulla riva del lago, frequenta ogni tipo di lavoratore, si interessa di ogni situazione familiare, sociale, giuridica ed economica. Dio dunque non parla in parabole semplicemente per farci degli esempi, dei banali paragoni. Gesù non ha alcuna intenzione definitoria nel suo modo di esprimersi. Non vuole dire tutto per concludere: “le cose stanno così e così…e basta!”. Il suo modo di parlare è quello del “come”… “Il regno dei cieli è come…” il grano di senapa, una perla, una moneta persa e ritrovata, una rete gettata in mare. È così sì…ma è anche altro…altro che ancora non è stato svelato. Quanto abisso fra questo stile ed il nostro così rigido, dogmatico, definitorio, spesso freddo e senza cuore. Per esempio, c’è differenza dire: “Dio è l’essere perfettissimo…” e dire che Dio è come un padre (che) aveva due figli…”

Possiamo concludere qui. Gesù aveva un modo di parlare che ancora oggi suscita mistero. Somiglia ad un mare infinito da solcare, da attraversare senza paura perché Lui stesso ci prende per mano e ci accompagna. Del resto tutti sanno che la Sacra Scrittura stessa preferisce il velo del simbolo e della parabola per raccontare Dio. Sa che di Dio non si può che balbettare qualcosa con tremore e con accenni, come di Qualcuno che in tutto ci supera. Gesù stesso non toglie questo velo. Resteremmo abbagliati come di fronte al sole. Meno male che ci sono le nuvole. Diceva il card. Martini: “Lui, che è il figlio ci parla del Padre, ma per enigmi fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui”. È per questo che anche noi predicatori dovremmo imparare ad usare maggior discrezione nel parlare di Dio nelle nostre chiese. Come ci farebbe bene pensare che anche le nostre certezze “non ci dispensano dalla fatica di interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e su quanto operiamo ogni giorno” (da “Ripartiamo da Dio”).

Don Massimo

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10/5/14

INUTILE

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5 Ottobre 2014

Gesù ci invita ad essere “inutili”. Non è bello sentirsi dire: “…sei proprio inutile, vattene!” Ricordo che in una parrocchia dove sono stato, chiamavano così un prete che stava tutto il giorno a giocare a biliardo con i suoi amici… “Don Inutile”, l’avevano soprannominato i più cattivelli. Gesù non parlava di questa inutilità. I cristiani sono chiamati a servire, lo sanno tutti. Gesù lo dice proprio: “Non sono venuto per essere servito ma per servire”. La questione si sposta su altro, sullo stile del servizio. In una cultura come la nostra, dove l’utile ed il profitto sono decisivi e sinonimi, quale ruolo hanno ancora i discepoli? Serve ancora la Chiesa che – sentendo parlare certi opinionisti che non sanno far altro che storpiare le parole di papa Francesco – alcuni vorrebbero rottamare? Io risponderei con fierezza. “Certo che sì!”. Ma subito aggiungerei: “Di pende da quale Chiesa, quale spirito di servizio…”

Un canto che fanno i nostri ragazzi: “Servo per amore” ci orienta. Gesù, per dirla tutta, non ci ha chiamato mai servi: “Vi ho chiamato amici, perché i servi non sanno quello che fa il loro padrone”. Noi, Gesù, ci ha messo al corrente di tutto. L’intera esistenza di Cristo è la dimostrazione che la qualità profonda del cuore di Dio è di servire l’uomo con tutto se stesso. È il cuore del kerigma, cioè dell’annuncio cristiano di un Dio che si inginocchia e si mette a lavare i piedi dei suoi discepoli. Solo partendo da qui si riesce a capire quale rivoluzione copernicana l’attuale pontefice ci chiede: ripensare al ruolo dei cristiani e della Chiesa stessa nel contesto sociale di oggi.

Eppure Gesù è fin troppo esplicito. Da una parte desidera che si agisca con il massimo delle energie come se tutto dipendesse da me in termini di santità innanzitutto, ma anche di competenza e in certi casi di professionalità vera e propria…dall’altra vuole che ci sentiamo “inutili”. Non è un controsenso? Decisamente no. In questo caso inutile non significa poco importante, ma semmai gratuito. In una cultura dello scarto e del tornaconto come la nostra, il gratuito è visto con ambiguità e sospetto. Ormai quando accostiamo una persona gentile e gratuita, vi viene subito da pensare: “Cosa vorrà questo da me? Perché è così ben disposto nei miei confronti?” Ed è brutto, bruttissimo. Altro che cultura del sospetto. Perfino la società civile a volta è più avanti di noi. Per esempio, rivalutare una persona con lavori socialmente utili la trovo un’espressione che educa. Invece, come odiavo il linguaggio scolastico dei crediti e dei debiti, che metteva tanta angoscia a taluni ragazzi costretti a sentirsi per mesi interi in debito con se stessi, con la famiglia, con i professori, con la società…In questi casi viene a mancare il lievito della testimonianza gratuita ed interessata. Gesù ci chiede di essere servi inutili non per mortificarci, toglierci l’entusiasmo o che so io…! Forse è una provocazione che ci costringe a tornare alle motivazioni che tengono in piedi il nostro volontariato: perché lo faccio? Per avere l’applauso, per avere il grazie, per avere un tornaconto, per sentirmi importante o al centro dell’attenzione, per orgoglio…Siamo tutti chiamati a rivedere le nostre modalità di servizio. Anche di quello parrocchiale. Ed il modello deve essere quello che ho raffigurato su quel dipinto in centro alla Chiesa: Gesù si alza da tavola, si cinge con un grembiule, prende un catino e si piega sui piedi (non proprio da Cenerentola) dei discepoli! Siccome andavano a piedi nudi o quasi, saranno stati impolverati o addirittura sporchi, sudati, screpolati, con i calli, forse maleodoranti. E Gesù li lava. E li bacia. E desidera far leva non sul sentimento, ma sulla consapevolezza: “Sapete quello che vi ho fatto’”.

E infine c’è la Parola di S. Paolo da non dimenticare. Anzi è lui stesso che ci esorta a non dimenticare. Mons. Tonino Bello diceva: “Chi sta alla tavola dell’Eucaristia deve deporre le vesti. Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, dello spreco, del lusso, della mentalità borghese per indossare la trasparenza della modestia, della semplicità, della leggerezza. Deve togliersi le vesti del dominio, dell’arroganza, dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che spesso il “Povero” per Gesù non si contrappone al “Ricco”, ma al “Potente”. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni”.

Papa Francesco ha usato recentemente l’immagine della Chiesa come ospedale da campo. Ma attenti non si è molto efficienti negli ospedali da campo. Spesso erano ospedali di fortuna, facevano quello che potevano. Spesso erano inutili, la gente colpita moriva e basta. A volte, anzi spesso, pensiamo di essere noi il medico, mentre il soggetto principale – quello che guarisce le nostre ferite e le altrui – è solo il Signore. Se il mondo ci aspetta per qualche servizio ancora, è solo per questo: attraverso qualunque cosa tu faccia, è Cristo che si deve vedere perché…appunto, siamo “servi inutili”.

Don Massimo

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09/28/14

IL BELL’AMORE

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28 Settembre 2014

Chissà perché parlare dell’amore è sempre difficile. O si è retorici e melensi, o si è superficiali e fuorvianti. Per esempio, ne abbiamo fatto qualcosa di platonico o come dico io…tanto sdolcinato da scriverne frasi alla Baci perugina… Invece l’amore ci costringe anche a parlare di quello sessuale.

Quando da bambini mi insegnavano a memoria i comandamenti, arrivati al sesto ci propinavano: “Non fornicare”… non capivo, storpiavo la parola. Poi passando gli anni, compresi che aveva a che fare con quel modo sbagliato di vivere l’amore che sono gli atti impuri. La sessualità è un dono che serve ad esprimere oltre che se stessi, anche la relazione amorosa nella quale le persone si rispettano e dovrebbero essere consapevoli di quello che fanno. Lo so che non è sempre così. Ci si deve sforzare sempre più di parlare della relazione amorosa come capace di vivere la relazione fra le persone e quella con Dio. Non si riuscirà mai ad incanalare l’amore in leggi. Accontentiamoci di scavare nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, affinché vi si ritrovino le tracce che conducono all’amore di Dio per ciascuno. Con buona pace delle ideologie correnti, l’amore di un uomo per la sua donna è l’immagine biblica più evidente dell’amore di Dio che in Gesù si è fatto carne. L’amore umano dunque è già capace di introdurre nell’amore di Dio.

A questo proposito non si può non tornare a fare riferimento al Sinodo straordinario che i vescovi vivranno fra pochi giorni. Dovranno occuparsi dei vari modi di vivere l’amore di coppia, della famiglia, di persone che vivono fra loro cercando di fare famiglia, di coppie che vivono a loro modo la relazione amorosa. Il nostro arcivescovo parlerebbe di “bell’amore”. Il cardinale sostiene che la misura dell’amore per l’altro, come la insegna Gesù, non è frutto di una teoria umana, astratta per così dire…ma è giustappunto una misura umana. Diventa la misura della mia stessa umanità: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Speriamo che i vescovi si ricorderanno nel formulare nuove regole o indicazioni più attuali di questa regola d’oro; chiedere ad una coppia e ad una famiglia quanto nel nome del Signore chiedi a te stesso. Non è semplicistico: al contrario indica la misura di quell’umano che il nostro Dio ha scelto come sua dimora e abitazione in mezzo a noi, incarnandosi.

Questo mi aiuta a concludere il pensiero sulla liturgia di oggi. È proprio un esempio credibile di come Gesù abbia sempre cercato di stare ad un tempo davanti all’altezza dell’amore secondo Dio senza tradire la complessità dell’amore secondo gli uomini. Il secondo sarà simile al primo, se conserva in se stesso tratti importanti dell’amore di Dio. L’andare gratuitamente verso l’altro. Coincide con il riuscire a stare alla stessa altezza dell’amore di Dio. Chiarissima, come al solito, l’espressione di papa Benedetto XVI nella Deus caritas est: “…la fede biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a quell’originario fenomeno umano che è l’amore, ma accetta tutto l’uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni”.

Don Massimo separatore

09/21/14

MAN HU? COS’E’??

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21 Settembre 2014

Per non abituarci all’Eucaristia, dovremmo ogni volta che ci viene deposta sul palmo della mano, rifare la stessa esperienza degli Ebrei quando videro la manna? Cos’è? Siamo alla vigilia del Sinodo straordinario sulla famiglia (4-19 ottobre) a cui seguirà quello ordinario nel 2015. Si parlerà di tutto. Ma già un argomento riempie le pagine dei giornali con uno strano prurito. È il tema della partecipazione dei divorziati all’Eucaristia. Tutti sanno che soprattutto quelli risposati, non possono fare la comunione. Alcuni teologi e vescovi pastora listi hanno interpretato le parole misericordiose di papa Francesco come “sdogananti”, altri – piuttosto inquieti – si rifanno al diritto canonico che è chiarissimo. Lasciamo lavorare il Sinodo e non diamo troppo credito ad un certo modo di fare giornalismo. Per noi che invece ci comunichiamo sovente resta doveroso cercare di comprendere quale sia lo stile giusto. Dovrebbe venire in mente quello di Gesù di fronte a coloro che versavano in una situazione di peccato. E noi stessi non ci battiamo il petto all’inizio di ogni Messa ammettendo di aver peccato? E allora?

Innanzitutto smettiamola di strumentalizzare tendenziosamente quanto afferma papa Francesco il cui stile nessuno contesta ma molti ne fanno un banditore a buon mercato. Il papa non può andare contro il Magistero della Chiesa. È chiamato a parlare “ex cathedra”. Non può contraddire il Concilio, per esempio. L’ultimo, il Vaticano II, ha ribadito fermamente il primato della Parola di Dio e papa Bergoglio stesso l’ha citato nella Evangelii Gaudium al n° 40. Il card. Martini ha educato generazioni intere a saper operare un discernimento alla luce della Parola (“In principio la Parola”). Alcuni osservatori l’hanno già rilevato e affermato che questo pre-Sinodo ha disatteso molto questo criterio. Ognuno è arrivato con le cose da dire già pronte, a volte già pubblicate. Io ritengo che all’ordine del giorno non ci sia l’indissolubilità del matrimonio che nessuno potrà mettere in discussione, quanto il metodo che attualmente è urgente apprendere in relazione al discernimento pastorale. Cosa insegna la Parola di Dio riguardo la situazione di chi è in peccato mortale? Si sa che il Codice di Diritto Canonico non pretende di sostituire la Sacra Scrittura, eppure ci deve aiutare col supporto della teologia ad interpretarla.

Se queste affermazioni sono convincenti, il lavoro da fare oggi di fronte a questa liturgia della Parola operare un tentativo di discernimento. Gesù ha moltiplicato il Pane per migliaia di persone. Però si sottrae allo sguardo. Si nasconde. Ma la gente lo cerca forsennata. Volevano addirittura farlo re. Ebbene con loro Gesù sferra un dialogo concitato. La folla lo costringe a spiegarsi. Quel pane non serviva solo per sfamare. Doveva essere un “segno”. Rappresentava il dono. La sua vuole essere una vita donata…non pretesa, non rubata, non protetta, non congelata… Gesù stesso ci sta insegnando un metodo: da una parte non vuole essere frainteso e strumentalizzato (molti divorziati non si comunicano dal giorno della cresima o appunto del matrimonio e a loro non è mai interessato farlo, perché ora si accaniscono?), dall’altra chiaramente si schiera dalla parte di chi si dona, non di chi rifiuta. La domanda urgentemente e autenticamente è ancora quella da cui siamo partiti: cos’è per me l’Eucaristia, che valore ha comunicarsi? Dopo di che, abbiamo il coraggio di chiederci se siamo noi a dettare i criteri pastorali o deve essere la Parola di Dio? C’è chi la sa rendere chiara.

Don Massimo

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09/14/14

ESALTAZIONE

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14 Settembre 2014

Domanda da cento mila euro: si può esaltare la croce? E uno che muore sulla croce va esaltato? Ai Filippesi Paolo pare risponda proprio di sì: “Dio l’ha esaltato…” Può dunque uno strumento di morte, essere esaltato? Mi vengono in mente tutte le atroci forme con cui l’uomo spietatamente ha saputo dare la morte ad un fratello: la lapidazione, l’impiccagione, la ghigliottina, la fucilazione, la sedia elettrica, l’iniezione letale… A nessuno verrebbe in mente di esaltare queste tristissime e disumane forme di morte!!

È vero: neppure Dio l’ha scelta. Gesù sapeva che sarebbe finito come il Battista, come qualsiasi altro profeta del primo testamento. Non conosceva le modalità, a buon conto. Ho sempre fatto fatica ad accettare una spiritualità cristiana facilona, capace di esaltare la sofferenza fine a se stessa. Non mi ha mai convinto. Quasi che, avendo subito questo il Figlio di Dio, perché non accettarlo anche noi? No. O meglio, no se è a basso prezzo. Il dolore non va mai esaltato. Non propone un valore umano di per sé. Il dolore innocente ci lascia senza parole e basta. Semmai la retorica di certe parole altisonanti si fa più accettabile, se comincia a farti ritrovare la strada dell’amore. Per amore una madre è capace di soffrire per suo figlio. Ne accetta il valore. Accogliere il dolore come dono di sé. Allora ci sto.

Nonostante questa riflessione, occorre però anche constatare che nella storia anche recente il binomio croce-esaltazione persiste comunque. Quante volte la croce è stata issata come vessillo di guerra, chiaramente portato da chi si pensava detentore della verità? E così da strumento di salvezza è diventata nuovamente capace di dividere e seminare morte a sua volta. Tutti si ricordano di Costantino (santo per gli ortodossi) che la storia ci consegna come colui che ha visto la croce come “Segno di sicura vittoria”. Da allora chi non ha creduto nel concetto di “guerra santa”? Perché sta tornando di moda? Dopo averla cancellato questo concetto dal Catechismo, perché persiste il concetto di “guerra giusta” per molti? La guerra non è mai giusta. Papa Francesco rischiando di finire in tremende sabbie mobili, ha recentemente (18 agosto 2014, tornando dalla Corea) sostenuto che semmai è lecito fermare l’ingiusto aggressore… Dunque è lecito “fermare”. Già, ma con quali mezzi? Dovranno essere valutati…Personalmente preferisco l’espressione più chiara e decisa di san Giovanni Paolo II: “Mai più la guerra!” (16 marzo 2003).

Torniamo alla nostra domanda; la croce non va esaltata in quanto tale, non può servire per giustificare alcuna aggressione…allora cos’è? La Scrittura ci parla di “scandalo” per i Giudei e “stoltezza” per i pagani. Per noi cristiani che non siamo né ebrei, né greci…la croce è…tutte e due le cose. Il mistero della croce è troppo grande per spiegarlo in termini razionali, supera il nostro cuore e la nostra intelligenza. Può essere intuito forse nella preghiera e nel dolore stesso. Gesù stesso si è umiliato per accettarla. E imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Chissà se nell’orto degli ulivi, chiedendo di non bere il calice amaro, lui che aveva visto ogni cosa…oramai supponeva un esito tanto drammatico. Qualcuno ringrazia il regista Gibson per avercelo raffigurato nel suo film. A Matera lo ha girato. Questa estate ho potuto vedere il crocifisso che l’ha ispirato. Ma anche lui forse non ha centrato completamente l’obiettivo…mah, forse nessuno potrà mai farlo. La liturgia ogni anno lo esalta.

Don Massimo

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09/7/14

BUSSOLA

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7 Settembre 2014

C’è bisogno di speranza. La liturgia della Parola di questa domenica risponde a tale necessità del nostro cuore. Anzi, è addirittura incoraggiante nel suo guidarci a ritrovare la speranza alle sue radici. Nei miei primi cinquant’anni non ho mai notato intorno a me una rassegnazione così palese. I giornali sostengono che è una reazione alla crisi che permane. Le analisi dei sociologi sono assai pesanti. L’unica proposta, molto moralistica, è quella di resistere. A noi cristiani non basta. Ai credenti questa sola possibilità, per di più non aperta alla solidarietà e ai veri valori, non può bastare. I fatti drammatici (imprenditori che si tolgono la vita pur di non vedere la ditta fallire, padri di famiglia che lo fanno perché si sentono falliti…) di questi tempi non possono ottenere solo qualche parola consolatoria.

Isaia nella prima lettura dice: “Il sole non sarà più la tua luce di giorno…Ma il Signore sarà per te luce eterna…”. Ci sono dei momenti in cui il cristiano deve essere così dotato di realismo da non minimizzare quanto sta intorno, anche se è tenebroso come quando viene meno la luce del sole. Deve penetrare i problemi, dare loro un nome, avere il coraggio della verità. Questo lo fa uscire da un certo mutismo e gli consente di combattere la paralisi dell’azione. Dunque, né coprire né rassegnarsi. La Chiesa lo ha fatto fin troppo: coprire le malefatte, trovarsi nell’immobilismo dovuto allo scandalo. Non saper che dire, non saper che fare. Una cosa semplice ci sarebbe: saper prendere le mani di chi soffre nelle proprie mani. Quello diventa il momento – come dice il profeta – in cui si rimette Dio al suo posto, capace di infondere speranza perché Lui è luce eterna.

Gesù è esente dalle depressioni perché – ce lo racconta il vangelo di Giovanni – può godere di un rapporto di totale interdipendenza con il Padre. Gesù non fa mai nulla da solo. Può essere una visione in negativo, per così dire sminuente, ma in realtà – in positivo – ci svela che il Padre e il Figlio, sono una cosa sola. Sostenendo questo non si semplifica le tribolazioni avute da Gesù di Nazareth nel cammino della sua vita terrena, anzi. Ma ci ricorda che il Signore ritrovava ogni volta nel rapporto diretto con il Padre suo una vera e propria bussola del suo dire e del suo fare. Sicuramente la difficoltà del vangelo più teologico di tutti, quello di Giovanni, ci scoraggia un po’. Ma dietro il suo modo di narrare si cela la totale fiducia di Gesù nei confronti del Padre, che dovremmo recuperare noi. Succeda qualunque cosa, anche la più brutta, ma sappiamo di essere nelle mani di Dio. “Chi ascolta la mia Parola, avrà la vita eterna” – più di così!?

Don Massimo separatore

08/31/14

ERODE ANTIPA.

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31 AGOSTO 2014

Eccoci al periodo dopo la decollazione del Battista. In questi ultimi giorni la sua figura dominava la scena. Ma oggi in questa ultima domenica di un’estate che non sta finendo perché nemmeno è iniziata (Quant’acqua? Dove sarà Noè e l’arca? Anch’io mi voglio salvare???), compare Gesù con le sue domande. Del resto è un Rabbi che suscita domande, Gesù. Diversamente da noi che pretendiamo comunicare la fede dando solo definizioni e risposte. Persino il re Erode Antipa (figlio di quello della strage degli Innocenti, tanto per intenderci che era anche sfuggito a tragiche saghe familiari con spargimenti di sangue; Erode suo padre fece uccidere la moglie e alcuni dei suoi fratelli tanto era sospettoso, irascibile ed inquieto…) ebbene quest’uomo avvezzo alla violenza e alla durezza, entra in uno stato confusionale per dirla così quando entra in contatto con Gesù. Non sapeva cosa pensare. Era come dire, spiazzato dalla sua presenza, dalla sua comparsa sul palcoscenico del mondo in maniera così indifesa ma così raggiante. Il senso di colpa lo tormentava, il rimorso lo distruggeva. Aveva paura del giudizio di Dio. Aveva fatto risorgere il Battista per tormentarlo ancora di più? Tutte le domande non trovavano risposte. E drammaticamente viene condotto a quella vera, seria: chi è veramente Gesù?

Da quanto tempo non ci poniamo più questa domanda? Chi è Gesù per me? Anche noi, se andassimo per esclusione come fa questo uomo penoso…Non è Elia, non è il Battezzatore…allora chi è? È brutto dirlo: ma anche noi facciamo così. Spesso ci appelliamo alla nostra coscienza che però diventa come una specie di sabbie mobili non è capace di sostenerci, anzi ci inghiotte nella melma in cui sprofondiamo. E non abbiamo il coraggio di lasciarci tirare fuori dalla verità di Cristo!

Ci sono momenti nella vita in cui occorre avere coraggio. Abbandonare chiacchiere, dicerie, pettegolezzi, maldicenze, luoghi comuni, parole vuote e retoriche, rumori assordanti… fare silenzio e chiarezza tutto intorno. Smetterla di fare domande agli altri o di sparare laconiche sentenze e smetterla di chiedersi: ma chi sono io? Dove mi trovo? Cosa mi sta succedendo? Ma forse interrogarsi: Cos’è questo? Chi è dunque costui? Siamo stufi di tanto individualismo, privatismo, narcisismo…

Molti credono al benessere che la società contemporanea ci illude di aver conquistato. IN realtà dietro a questa apparenza c’è la perdita delle relazioni vere, un vuoto assillante di valori, la difficoltà seria a ricominciare. Spessissimo siamo confusi e sconvolti come questo patetico re che durante la Passione si illude di poter fare qualcosa per Gesù. Non ha voluto assecondare il suo desiderio (ancora genuino ?!?!?!) di vedere Gesù e di ascoltarlo. Lui che “cercava di vederlo” dice espressamente il Vangelo…come tanti del resto a cominciare dai Magi, da Zaccheo, da alcuni greci della diaspora, il centurione…in tutti questi incontri, c’è lo stesso verbo: cercare di vedere, vedere…

Come si fa a vedere Gesù, oggi? Dove ancora lo si può trovare? Non nelle formule e nelle rispostine preconfezionate, questo è certo. Con più probabilità lo si può trovare, perdendosi! Sì, se mi perdo nell’altro come ci ha insegnato Gesù. Se anche Erode si fosse impegnato a ritrovare questo sguardo pulito, puro: avrebbe trovato il Messia. L’aveva detto Gesù stesso nel discorso della montagna: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

Don Massimo

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08/24/14

DARE A CESARE???

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24 agosto 2014

La memoria del Martirio di Giovanni segnerà lo spartiacque – per noi di rito ambrosiano – di questa parte (l’ultima) dell’anno liturgico. Ci stiamo avviando al termine del tempo dopo Pentecoste in cui si esorta a dare testimonianza cristiana. E questa domenica che precede il ricordo della fine del Precursore ci parla concretissimamente dell’esempio che i cristiani devono dare anche nell’ambito civile, sociale e politico.

Non si vuole oggi parlare delle tasse, anche se ormai siamo ridotti anche alla minaccia di sciopero fiscale e di “auto-legittimazione” nell’evasione delle tasse. Molti cristiani ammirano uomini e donne famosi, i vip che negli ultimi decenni hanno portato i loro soldi in Svizzera: calciatori, cantanti lirici, motociclisti, presentatori, attori… e sicuramente cristiani che eccellono nel tentativo di frodare lo Stato.

Delle tasse ingiuste si può parlare. Perché se il governo spreme troppo i suoi cittadini va incontro alla morte sua e alla rivoluzione, questo la storia ce lo insegna. Quante teste ghigliottinate quando la gente è esasperata. Quando la gente non mangia e non sa dove andare per sfamare i suoi figli prende in mano i forconi e non ‘è re o imperatore, papa o vescovo, principe o governatore che tenga…

Però oggi c’è da riflettere su altro. Sul primato di Dio, per esempio. La sottomissione a Roma che coniava le monete per il pio israelita, per il giusto era una continua offesa nei confronti della propria fede. Il primato va solo a Dio e non all’uomo. Questo risvolto religioso era decisivo. Pagare le tasse oscurava tale primato: era come accettare implicitamente che le cose, il pane, il creato non arrivasse più da Dio Jahwè, Benedetto Sia il suo Nome…ma dagli uomini! La cultura ebraica non ammette nessuna mediazione. Anche il copricapo che indossano indicano la separatezza fra noi ed il Santo. Nessun potere umano gli assomiglia. Anche noi contemporanei un pochino questo primato è bene che lo riscopriamo.

Ciononostante la nostra fede ci chiede di accettare chi ci governa e addirittura di pregare e di stare sottomessi a qualunque forma di governo l’uomo scelga. E allora si apre qui il grande orizzonte della nostra libertà, di quello spazio che Dio stesso creatore ci chiede di attuare con tutte le nostre abilità, competenze. Nasce la polis e la politica. La costruzione della città e l’arte di saperla governare bene. La storia ci parla di una variegata fantasia in questo. E Gesù pare accettare il “diritto di Cesare e della sua organizzazione”. L’importante è non confondere le due cose. Fin da piccolo sentivo la mia nonna Rosina esclamare: “…ma ‘l se cred de vès quel lì? La ghè finirà anca a lù, come l’è finida a Napuleòm”. Tutto è buono se serve per costruire la città dell’uomo. Ma se rispetta la verità, la giustizia, il bene comune, la solidarietà, la pace.

Oggi c’è il rischio dello spiritualismo anche in chiave politica. Siccome abbiamo perso la fede, vediamo il marcio dappertutto. Abbiamo bisogno che premi Oscar come Roberto Benigni vadano in TV a dire che è bene fare politica bene. La Chiesa è quasi due secoli che lo dice… E il Vangelo ancora prima, fin da subito, ne ha dettato le regole. Oggi “Dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” vuol dire non imbrogliare più i giovani. Restituire a tutti una coscienza sociale corretta, onesta. I paladini di oggi, quelli che urlano nelle piazze e fanno i moralisti sono i peggiori. Non diffondiamo lo spiritualismo ,il moralismo, l’essere forcaioli o giustizialisti…ma semplicemente dare agli altri la possibilità di essere se stessi di vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. Ce lo chiede Dio in questi tempi fragili con urgenza: “E’ meglio ubbidire a Dio che agli uomini”.

Don Massimo

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08/17/14

OFFERTA.

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17 Agosto 2014

C’è un amico mio, prete, che – spero scherzando – mi ha confidato di voler raccogliere le offerte in chiesa con un vassoio di metallo. E, lamentandosi della scarsità delle offerte, aveva anche preteso di non voler sentire rumore durante la questua! È un esempio al contrario di quanto ci insegna il vangelo di oggi. Abbiamo due figure di persone che frequentano il tempio: i farisei che fanno cadere in modo ostentato le loro monete (probabilmente facendo sentire bene il rumore altisonante dei loro denari) e poi c’è la vedova – povera ma capace di scelte – che senza farsi accorgere, consegna due spiccioli. Ricordiamoci che in chiesa non si è obbligati a “fare un’offerta”. Grazie a Dio sono finiti i tempi in cui “si pagava la sedia”, oppure si tariffavano le funzioni religiose specialmente i funerali: di prima, seconda, terza classe…come i viaggi in treno o in nave!!! Marco ci ricorda descrivendo questa scenetta come venivano fatte le offerte. E la riflessione ci indirizza subito a come noi, in prima persona, viviamo il momento dell’offertorio. La colletta mantiene infatti ancora oggi tutto il suo valore imprescindibile. Servono per il mantenimento della comunità stessa e per l’attenzione ai poveri. I recenti sviluppi circa le scelte di papa Francesco in riferimento allo Ior non lasciano dubbi su come il pontefice desidera si vivano queste opportunità. Occorre essere vigilanti e accorti nel far circolare i soldi nella Chiesa.

Noi di Asso non corriamo il rischio di cedere a queste tentazioni. Di soldi ne girano pochi. Le offerte bastano a mala pena a gestire l’ordinario. Ma l’esempio di questa vedova è illuminante per tutti. Certo! Anche io – come parroco – mi lamento se vedo famiglie benestanti e cristiani agiati affidare alla carità della parrocchia pochi centesimi! Ed è mio dovere combattere l’avarizia e l’egoismo. Lo so che non si deve guardare alla quantità… Lo so bene. Ma a me non interessa l’importo che la povera vedova mette nel tesoro del tempio. A me interessa l’annotazione precisa di Marco: “ha dato tutto quanto aveva per vivere”. Noi, al Signore, diamo il superfluo. E non mi riferisco solamente al denaro (poi dicono che noi brianzoli, come i genovesi o gli scozzesi siamo tirchi…. dopo aver conosciuto certi Assesi cosa bisogna dire allora?)… no, non è solo il problema del denaro. È più indisponente ancora dare al Signore il superfluo del proprio tempo, delle proprie competenze e professionalità, dei propri doni naturali che ci vengono ancora da Lui…

Ma torniamo ancora al soldo. Fin da bambino sono stato educato alla logica della formica, non per idolatria del risparmio, ma per una certa dignità di vita, previdenza, autonomia. E ancora oggi, da parroco (cioè da amministratore) agisco così. Se non ho le spalle coperte, non mi impegno in nessun lavoro. Non amo i debiti. Odio le cambiali. E purtroppo con questa logica non si “sfonda”. Ho saputo di certi sacerdoti e vescovi che hanno ottenuto l’interdetto dall’Ordinario e dal Papa, dunque rimossi immediatamente, non per scandali sessuali (che oggi vanno molto di moda), ma per disastri finanziari. Fanno perciò bene i miei collaboratori del Consiglio per gli Affari economici della parrocchia quando me lo ricordano: “Don Massimo, guardi che questi soldi non sono suoi, sono le offerte della comunità…Occorre spenderli con avvedutezza”. E’ quello che cerco di fare ormai da quindici anni, da quando mi hanno nominato parroco. Ed è vero – lo confesso – che mi arrabbio quando vedo i centesimi nel cestino delle offerte, ma con altrettanta franchezza lasciatemi dire e ribadire che le più belle opere nella Chiesa si riescono a realizzare non a causa delle laute offerte di sedicenti nababbi, ma a motivo della costante piccola offerta “della povera vedova”.

Don Massimo

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08/15/14

VESTITA DI SOLE.

lampada_iconaLAMPADA PER I MIEI PASSI E’ LA TUA PAROLA

15/08/2014

Ogni anno questa Festa bellissima ci raggiunge dovunque possiamo essere. Al mare o ai monti, in crociera o in baita la Madonna Assunta è venerata e amata in tutto il mondo. Io ho sempre fatto la scelta da quando sono prete di essere sempre in parrocchia per questa Pasqua estiva. È troppo importante per non condividerla con la propria gente. Forse da coadiutore ho perso tale appuntamento a causa delle Giornate Mondiali della Gioventù, quando venivano collocate da san Giovanni Paolo II in queste giornate. Memorabile quella del 1991 a Czestochowa!!! Che bei ricordi!! Quante speranze. Il mondo era in pieno cambiamento. Noi affidavamo all’Assunta tutto il nostro entusiasmo.

Ancora oggi deve essere così, nonostante il fatto che su molti aspetti della nostra esistenza siamo stati delusi e il vento di guerra che accompagna questi giorni con le efferate decapitazioni di cui parlano tutte le pagine dei giornali. Allontanandoci da questa donna vestita di sole riusciamo a raggiungere i livelli più bassi della disumanità. La visione che ci dà oggi l’Apocalisse al contrario è il segno atteso dal popolo attraverso il quale si compie la salvezza. Il Messia aspettato, il Figlio della donna, nascerà. Anzi, è già qui.

Certo, c’è un drago che minaccia di divorarlo subito. Ma il bene vince il male. Il Santo stritola la serpe. Così nel Paradiso di Dio la Vergine è già presente, come la prima che ha partecipato al destino pasquale del Figlio, in qualità di regina e di madre. Lei, Assunta in cielo, può stare alla destra di Dio. Può intercedere in nostro favore e liberarci dal male sempre incombente.

Noi sentiamo che questo è vero proprio quando ci sentiamo impotenti. Mi immagino una madre che vede sgozzare in TV suo figlio tenuto in ostaggio per parecchi giorni, umiliato e preso come simbolo di una nazione intera, una civiltà intera. Cosa può fare se non alzare lo sguardo e raccomandarsi alla Beata Vergine? Di fronte alla aberrazione del male la nostra fede cattolica ci raggiunge con la promessa di felicità eterna.

Il mistero della grazia che l’Assunta porta con sé è una prospettiva di vita futura. Ed è una promessa concretissima. Ciò che invece dovrebbe essere reale, cioè il cammino di pacificazione degli animi di ciascuno e del mondo intero è sempre più opinabile e utopico.

È meglio confidare nella bontà di Dio e non negli empi. Maria l’ha sempre fatto. Ecco perché oggi la veneriamo come “Incoronata regina del cielo e della terra”. Ave Maria, intercedi per noi.

Don Massimo

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